ROMA – EMANUELA PIOVANO | “I MORANDINI DELLE DONNE”

LIBRO MORANDINIEmanuela Piovano ne “I Morandini delle donne”  60 anni di cinema italiano al femminile, Edizioni Iacobelli

Prima edizione del volume “I Morandini delle donne” che ripercorre oltre 60 anni di storia attraverso la conversazione tra il celebre critico, Morando Morandini e suo nipote, sceneggiatore e documentarista.

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Emanuela Piovano –  Estratto da I MORANDINI DELLE DONNE

60 anni di cinema italiano al femminile LEGENDA: Junior sta per Morando Morandini Junior (sceneggiatore, nipote di Morando) Senior sta per Morando Morandini senior (critico, autore dell’omonimo dizionario Zanichelli) GLI ANNI NOVANTA Donne in bilico JUNIOR: Le mimose del femminismo diventano rose blu tra le mura della sezione femminile del carcere delle Vallette. Gli anni Ottanta si lasciano dietro petali e spine, ustioni e cicatrici, macerie sociali invisibili. E contro il degrado delinquenziale della realtà italiana, contro il cinismo e la disonestà della politica, contro l’eccitazione dei bassi istinti perseguita dai media, i nuovi eroi e le nuove eroine cinematografiche non possono che essere persone semplici, oneste, altruiste, affettuose, capaci di conservare la dignità e il rispetto di se stessi. Le registe italiane aumentano: ci sono le figlie d’arte Cristina e Francesca Comencini, Emanuela Piovano, Donatella Maiorca, Antonietta De Lillo, Anna Di Francisca, Anna Negri, Simona Izzo, Cecilia Calvi, Livia Giampalmo. Nei loro film raccontano storie in cui spesso amore fa rima con dolore, dove risalta l’incapacità di amare e di comunicare. Mettono in scena vite inosservate, donne che dichiarano di esistere, donne ai margini. Molte di queste pellicole rimangono invisibili: ci sono film che non vengono distribuiti o che circolano per pochi giorni in pochissime sale e poi sono tolti di mezzo. Nelle donne degli anni Novanta c’è la voglia di assumersi nuove responsabilità. Nel cinema degli anni Novanta che guarda al mondo femminile in qualche caso c’è anche la voglia di voltare le spalle alle carinerie calligrafiche che caratterizzano molto (troppo) cinema giovane di questi anni. C’è modo e modo di contrapporsi al cinismo imperante raccontando che le cose che contano sono sempre quelle: amore, amicizia e un pizzico di felicità. Partiamo dal 1990 con Le rose blu, primo lungometraggio della regista torinese Emanuela Piovano. E’ un film che getta uno sguardo all’interno del mondo chiuso della sezione femminile del carcere delle Vallette. Qui, i 3 giugno del 1989 undici detenute muoiono in un incendio. Una di loro è Lidia che in cella d’isolamento scrive una poesia In queste grigie mura /ci sono delle rose / sì delle rose blu / io le sento / io sento di ogni notte ogni cuore /ogni cuore di queste mie amiche sento battere / le sento palpitare. Esistiamo. E una rosa blu viene portata nel carcere. È destinata a Lidia che non può più riceverla e passa di mano in mano. Emanuela Piovano parlando del film ha detto: «Lidia, e con lei Ivana, Michi, Editta, Lauretta, insieme ad altre sei donne, sono morte nell’incendio del 3 giugno lasciandoci in eredità due ore di riprese video in mezzo pollice e la consegna, quasi una profezia, a realizzare il film a tutti i costi, qualsiasi cosa fosse accaduta. Donne rinchiuse SENIOR: Comincerò con un aneddoto. recensii LE ROSE BLU sul Giorno ma non conoscevo la regista.! Esiste soltanto un contributo tecnico maschile, il montatore Alfredo Muschietti. Quando uscì la scheda sui Dizionario dei film, mi telefona Emanuela Piovano per dirmi: “Morandini, ma che bella scheda, gli hai dato tre stellette e mezzo come…” a un famoso film americano che citò.E da quel momento abbiamo stretto amicizia. Ogni tanto ci vediamo quando viene a Milano; ci siamo incontrati anche a qualche festival. Per rimanere in linea con il film riporto le annotazioni di una donna critico, Alessandra Levantesi: «Non è un film sul carcere – “opera impossibile”, ricorda la terrorista Susanna Ronconi sullo schermo citando Marguerite Duras – è un film del carcere. E’ anomalo, straordinario, poetico e politico, commovente, con risvolti allegri o ironici, sempre teso ad accogliere i suggerimenti del set e risolto in un linguaggio sciolto di taglio sperimentale». JUNIOR: Emanuela Piovano, nata a Torino nel 1959, è cineasta indipendente con una formazione eclettica. Prima di diventare regista e produttrice di audiovisivi si occupa di danza, musica, fotografia. fa animazione teatrale e musicale, è ricercatrice presso l’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, redattrice di riviste di storia e critica cinematografica, organizzatrice di eventi culturali. E’ tra i fondatori del movimento Camera Woman con cui realizza una serie di documentati stilla condizione femminile. Nel 1988 fonda una società, la Kitchenfllm con cui produce Le rose blu che considera un film collettivo anche se porta la sua firma. Nel 1999 realizza un altro lungometraggio, LE COMPLICI, un thriller con due donne al centro della trama, interpretato da Anna Rita Sidoti e Antonella Fattori. Nel 2003 gira Amorfù. SENIOR: Amofù è un film stilisticamente molto libero. Registe di fine millennio JUNIOR: Terminiamo l’appello delle nuove registe italiane fine secolo. Abbiamo aperto il capitolo con Le rose blu della torinese Emanuela Piovano…Occhi di donna che inquadrano la realtà con la cinepresa, dando corpo e forma a sogni e illusioni, a desideri e sconfitte. …….. JUNIOR: Torniamo a Emanuela Piovano e a un suo film del 2003 Amorfù. Elena (Sonia Bergamasco), giovane psichiatra ha iniziato la professione con tutto l’entusiasmo dei neofiti. Nel gruppo di terapia che le viene affidato conosce Fausto (Ignazio Oliva), un musicista disadattato che ha tentato il suicidio. Si appassiona al suo caso e questo interesse diventa amore: una passione che rischia di travolgerla. Nella trama che hai scritto per il Morandini aggiungi: «Lui la ricambia per bisogno e gratitudine, ma poi si rende conto di essere passato da una prigione (la comunità terapeutica dove s’incontrano) a un’altra (la casa dove lei lo ospita segregandolo con la passione di una possessiva amante materna). E, guarito, se ne va». SENIOR: Amorfù è un titolo ambivalente, passato remoto del verbo essere, e sebbene porti l’accento sulla”u’ finale, si dovrebbe leggere come amour fou, amore folle. Scritto con Massimo Felisatti, è il quarto lungometraggio della torinese Piovano, e stilisticamente il più ambizioso, libero e inventivo. La congiunzione tra la malattia mentale, l’esser sani e la passione amorosa avviene sull’onda dell’aria S’apre per te il mio cor dall’opera Sansone e Dalila del compositore Saint-Saens. La musicalità si traduce in termini visivi attraverso le luci, il grand’angolo, il teleobiettivo, una fin troppo mobile cinepresa a mano e un montaggio sincopato di Paolo Benassi. La sua originalità nel raccontare gli incerti confini tra salute e malattia, tra il creativo e il distruttivo nella passione amorosa… forte contributo attoriale della radiosa Bergamasco e dell’intenso Oliva.

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