UNA PIZZA ANCORA SOTTO SEQUESTRO|L’AGE D’OR DES CINÉ-CLUBS L’AFFAIRE ANNABELLA MISCUGLIO| VIDEO ANTEPRIMA PARIGI

7 agosto 2018

Il film L’età d’oro di Emanuela Piovano trae spunto dalla vita di Annabella Miscuglio, una famosa attivista femminile del cinema italiano degli anni ’70 – ’80 che ha ispirato il personaggio di Arabella, interpretata dalla bravissima Laura Morante.

Liberamente ispirato al libro di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri

“L’età d’oro – il caso Véronique”

EMMEBI EDIZIONI Firenze 2012

Attualmente nei cinema francesi distribuito dalla casa di distribuzione Jour2fête con il titolo L’AGE D’OR DES CINÉ-CLUBS L’AFFAIRE ANNABELLA MISCUGLIO

Video anteprima a Parigi al cinema Saint André des Arts alla presenza della regista e dell’attore Dil Gabriele Dell’Aiera.

Articolo del corriere della sera del 4 settembre 2013 di Alessandro Fulloni

«A.A.A Offresi»: quel filmato «dimenticato» all’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma

UN LIBRO RICOSTRUISCE L’ITER GIUDIZIARIO DEL CASO CHE NEL 1981 DIVISE L’ITALIA

«A.A.A Offresi»: quel filmato «dimenticato» all’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma

Il documentario sulla prostituta Veronique: un processo durato 10 anni. E la «pizza» inedita ancora sotto sequestro

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Veronique, in un servizio apparso su «Playboy» dell’aprile 1981 (Rocchi)

Chissà sopra quale scaffale dell’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma sarà stata dimenticata, quella «pizza» originale del documentario «A.A.A. offresi» mai andato in onda. Era il 1981, anno cupo, anno di piombo, e la storia di Veronique, quella «lucciola» francese ripresa in un documentario girato per Rai Due, divise l’Italia. Aspri dibattiti su censura, limiti della privacy. E un processo – con accuse di favoreggiamento della prostituzione – durato 10 anni.

«A.A.A Veronique», le foto della lucciola mai vista in tv

 LIBRO – Ora quella vicenda è stata interamente ricostruita, leggendo atti giudiziari e trovando testimonianze inedite, in un libro – «L’età dell’oro, il caso Veronique», edizioni Emmebi – scritto dalla giornalista Francesca Romana Massaro, esperta di cinema ma con la passione per le carte da spulciare negli archivi giudiziari, e Silvana Silvestri, critico cinematografico del Manifesto. Proprio in tribunale, appunto, è finita quella «pizza», poggiata chissà dove tra quelle migliaia di oggetti sequestrati che stanno lì da decenni, in attesa di essere messi all’asta, distrutti o riesumati in qualche cold case. Da allora, dalla conclusione dell’iter penale, nessuno ne ha saputo più nulla. 

CENSURA– Una pellicola persa tra quei frammenti di storia patria – tutto quel che si trova nella scena del crimine, dal delitto Pasolini al banale sequestro per contrabbando – che hanno per lo più un solo destino: un oblio che può, in certi casi, sconfinare pericolosamente nella rimozione colpevole. Se non in vera e propria censura. Esattamente quanto accadde a quel filmato che aveva come protagonista Veronique, all’epoca ventisettenne, ripresa mentre riceveva i clienti a Roma in un appartamentino al civico 50 di via San Martino ai Monti, quartiere Esquilino. Un documentario curato da sei donne – Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio e Loredana Rotondo – già note per aver realizzato «Processo per stupro», andato in onda su Rai Due. Macchina da presa bloccata e riprese gelide – le stesse poi viste in certe successive trasmissioni di Rai Tre – sui volti di imputati, testimoni, inquirenti.

ERA IL 1981– Uno choc, per quell’Italia del 1981, con i giorni scanditi tra l’esplosione dello scandalo P2, l’attentato al Papa, il rapimento Dozier e il referendum sull’aborto. 

Nonostante le polemiche e la strada ancora in salita, le sei donne pensarono ad un altro programma per raccontare l’Italia. Uno «specchio segreto» nel quale i clienti – undici in tutto, tra cui un poliziotto che per l’incontro non scucì un quattrino dopo aver mostrato il tesserino – vennero ripresi con il volto oscurato, a loro insaputa. Approccio, trattativa e saluti in quattordici ore di filmato. Apriti cielo.

«IL PROGRAMMA NON VA IN ONDA» – Alle 21.30 dell’11 marzo, orario della programmazione su Rai Due, salta tutto. «Nel piccolo schermo appare Marina Morgan che, invece di “A.A.A. Offresi”, annuncia che andrà in onda – scrive Francesca Massaro autrice anche un saggio sulla censura nel cinema – il film “Grisbì”, con Jean Gabin». Non bastasse, la Morgan legge il telegramma inviato dal presidente della Commissione parlamentare sulla vigilanza Rai Mauro Bubbico: «Invito la concessionaria alla sospensione della messa in onda della trasmissione». Censura, insomma. A cui seguì la cancellazione definitiva del programma. A quel punto esplose il putiferio: picchettaggi davanti Montecitorio, interpellanze, stampa divisa. E anche l’accusa penale, per le sei autrici e per cinque dirigenti Rai, di favoreggiamento della prostituzione e violazione della privacy. L’agente venne invece imputato di violenza carnale. Della squillo, nel frattempo, nessuna traccia. Volata via, forse in Libano. O ancora a Parigi.

IN TRIBUNALE– Il processo si celebrò nel 1985: assolti tutti in primo grado. E anche in secondo, una sentenza arrivata 10 anni dopo tra mille polemiche e appelli di scrittori e intellettuali – tra cui Moravia e Maraini – a favore degli undici alla sbarra. Ma nel dispositivo della prima decisione – è la scoperta che si legge nel libro – venne stabilito il «destino del filmato. Il collegio decise di confiscarlo e la pellicola rimase nel deposito del tribunale di Roma, in quanto corpo del reato». «Da allora nessuno l’ha più visto – racconta oggi Francesca Massaro – nè le autrici pensarono di richiederlo. O la Rai di sollecitare una nuova messa in onda». Facile immaginare il perché: quella specie di gogna cui vennero sottoposti le sei donne e e i cinque dirigenti della tv di Stato «scavò nel profondo, lacerando le coscienze, anche le più battagliere e determinate». Meglio voltare pagina e non pensarci più. Così gli unici «spettatori» ad avere visto per intero il documentario risultarono – oltre agli inquirenti – quella manciata di inviati chiamati dalla Rai ad una specie di presentazione prima della messa in onda. Per il resto degli italiani, il nulla.

VERONIQUE, LA PARIGINA– E lei, Veronique, chi era davvero? Sul mensile Playboy, Giulia Massari – l’unica giornalista in Italia riuscita a intervistare la «lucciola» – la descrisse così in un servizio pubblicato nell’aprile 1981 e corredato dagli «scatti» di Roberto Rocchi, il celeberrimo fotografo delle dive: «Un po’ sul tondo, ma molto ben modellata, con la faccia larga, la bocca sensuale, i capelli lisci con la frangetta, impoveriti dai vari cambiamenti di colore: Veronique deve sicuramente attrarre gli uomini, o almeno quel tipo, che ama sentirsi tranquillo». Parigina, la mamma proveniente dell’ex Cecoslovacchia, una bambina. E un innamorato rimasto in Francia: perciò chiese che il documentario non venisse mandato in onda Oltralpe. Disinteressata di «femminismo e politica», nell’intervista raccontò di «avere accettato per curiosità, per fare un’esperienza ma anche per denunciare la situazione in cui vivono le donne che fanno le métier», il mestiere. Un lavoro svolto per soldi, da «abbandonare in fretta, prima di ritrovarsi con le stimmate». Poi il sogno di mettersi a lavorare con la madre, ceramista. Chissà se c’è riuscita.

LEVANTO (SP)- ” I MORANDINI DELLE DONNE ” 8° EDIZIONE LAURA FILM FESTIVAL

 

Laura-Film-Festival

In occasione della 8° Edizione di Laura Film Festival  e della  presentazione del libro I Morandini delle Donne, si  è svolto il convegno cui hanno partecipato le registe Emanuela Piovano, Sofia Scandurra, Wilma Labate e Donatella Maiorca.

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ROMA – EMANUELA PIOVANO | “I MORANDINI DELLE DONNE”

LIBRO MORANDINIEmanuela Piovano ne “I Morandini delle donne”  60 anni di cinema italiano al femminile, Edizioni Iacobelli

Prima edizione del volume “I Morandini delle donne” che ripercorre oltre 60 anni di storia attraverso la conversazione tra il celebre critico, Morando Morandini e suo nipote, sceneggiatore e documentarista.

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Emanuela Piovano –  Estratto da I MORANDINI DELLE DONNE

60 anni di cinema italiano al femminile LEGENDA: Junior sta per Morando Morandini Junior (sceneggiatore, nipote di Morando) Senior sta per Morando Morandini senior (critico, autore dell’omonimo dizionario Zanichelli) GLI ANNI NOVANTA Donne in bilico JUNIOR: Le mimose del femminismo diventano rose blu tra le mura della sezione femminile del carcere delle Vallette. Gli anni Ottanta si lasciano dietro petali e spine, ustioni e cicatrici, macerie sociali invisibili. E contro il degrado delinquenziale della realtà italiana, contro il cinismo e la disonestà della politica, contro l’eccitazione dei bassi istinti perseguita dai media, i nuovi eroi e le nuove eroine cinematografiche non possono che essere persone semplici, oneste, altruiste, affettuose, capaci di conservare la dignità e il rispetto di se stessi. Le registe italiane aumentano: ci sono le figlie d’arte Cristina e Francesca Comencini, Emanuela Piovano, Donatella Maiorca, Antonietta De Lillo, Anna Di Francisca, Anna Negri, Simona Izzo, Cecilia Calvi, Livia Giampalmo. Nei loro film raccontano storie in cui spesso amore fa rima con dolore, dove risalta l’incapacità di amare e di comunicare. Mettono in scena vite inosservate, donne che dichiarano di esistere, donne ai margini. Molte di queste pellicole rimangono invisibili: ci sono film che non vengono distribuiti o che circolano per pochi giorni in pochissime sale e poi sono tolti di mezzo. Nelle donne degli anni Novanta c’è la voglia di assumersi nuove responsabilità. Nel cinema degli anni Novanta che guarda al mondo femminile in qualche caso c’è anche la voglia di voltare le spalle alle carinerie calligrafiche che caratterizzano molto (troppo) cinema giovane di questi anni. C’è modo e modo di contrapporsi al cinismo imperante raccontando che le cose che contano sono sempre quelle: amore, amicizia e un pizzico di felicità. Partiamo dal 1990 con Le rose blu, primo lungometraggio della regista torinese Emanuela Piovano. E’ un film che getta uno sguardo all’interno del mondo chiuso della sezione femminile del carcere delle Vallette. Qui, i 3 giugno del 1989 undici detenute muoiono in un incendio. Una di loro è Lidia che in cella d’isolamento scrive una poesia In queste grigie mura /ci sono delle rose / sì delle rose blu / io le sento / io sento di ogni notte ogni cuore /ogni cuore di queste mie amiche sento battere / le sento palpitare. Esistiamo. E una rosa blu viene portata nel carcere. È destinata a Lidia che non può più riceverla e passa di mano in mano. Emanuela Piovano parlando del film ha detto: «Lidia, e con lei Ivana, Michi, Editta, Lauretta, insieme ad altre sei donne, sono morte nell’incendio del 3 giugno lasciandoci in eredità due ore di riprese video in mezzo pollice e la consegna, quasi una profezia, a realizzare il film a tutti i costi, qualsiasi cosa fosse accaduta. Donne rinchiuse SENIOR: Comincerò con un aneddoto. recensii LE ROSE BLU sul Giorno ma non conoscevo la regista.! Esiste soltanto un contributo tecnico maschile, il montatore Alfredo Muschietti. Quando uscì la scheda sui Dizionario dei film, mi telefona Emanuela Piovano per dirmi: “Morandini, ma che bella scheda, gli hai dato tre stellette e mezzo come…” a un famoso film americano che citò.E da quel momento abbiamo stretto amicizia. Ogni tanto ci vediamo quando viene a Milano; ci siamo incontrati anche a qualche festival. Per rimanere in linea con il film riporto le annotazioni di una donna critico, Alessandra Levantesi: «Non è un film sul carcere – “opera impossibile”, ricorda la terrorista Susanna Ronconi sullo schermo citando Marguerite Duras – è un film del carcere. E’ anomalo, straordinario, poetico e politico, commovente, con risvolti allegri o ironici, sempre teso ad accogliere i suggerimenti del set e risolto in un linguaggio sciolto di taglio sperimentale». JUNIOR: Emanuela Piovano, nata a Torino nel 1959, è cineasta indipendente con una formazione eclettica. Prima di diventare regista e produttrice di audiovisivi si occupa di danza, musica, fotografia. fa animazione teatrale e musicale, è ricercatrice presso l’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, redattrice di riviste di storia e critica cinematografica, organizzatrice di eventi culturali. E’ tra i fondatori del movimento Camera Woman con cui realizza una serie di documentati stilla condizione femminile. Nel 1988 fonda una società, la Kitchenfllm con cui produce Le rose blu che considera un film collettivo anche se porta la sua firma. Nel 1999 realizza un altro lungometraggio, LE COMPLICI, un thriller con due donne al centro della trama, interpretato da Anna Rita Sidoti e Antonella Fattori. Nel 2003 gira Amorfù. SENIOR: Amofù è un film stilisticamente molto libero. Registe di fine millennio JUNIOR: Terminiamo l’appello delle nuove registe italiane fine secolo. Abbiamo aperto il capitolo con Le rose blu della torinese Emanuela Piovano…Occhi di donna che inquadrano la realtà con la cinepresa, dando corpo e forma a sogni e illusioni, a desideri e sconfitte. …….. JUNIOR: Torniamo a Emanuela Piovano e a un suo film del 2003 Amorfù. Elena (Sonia Bergamasco), giovane psichiatra ha iniziato la professione con tutto l’entusiasmo dei neofiti. Nel gruppo di terapia che le viene affidato conosce Fausto (Ignazio Oliva), un musicista disadattato che ha tentato il suicidio. Si appassiona al suo caso e questo interesse diventa amore: una passione che rischia di travolgerla. Nella trama che hai scritto per il Morandini aggiungi: «Lui la ricambia per bisogno e gratitudine, ma poi si rende conto di essere passato da una prigione (la comunità terapeutica dove s’incontrano) a un’altra (la casa dove lei lo ospita segregandolo con la passione di una possessiva amante materna). E, guarito, se ne va». SENIOR: Amorfù è un titolo ambivalente, passato remoto del verbo essere, e sebbene porti l’accento sulla”u’ finale, si dovrebbe leggere come amour fou, amore folle. Scritto con Massimo Felisatti, è il quarto lungometraggio della torinese Piovano, e stilisticamente il più ambizioso, libero e inventivo. La congiunzione tra la malattia mentale, l’esser sani e la passione amorosa avviene sull’onda dell’aria S’apre per te il mio cor dall’opera Sansone e Dalila del compositore Saint-Saens. La musicalità si traduce in termini visivi attraverso le luci, il grand’angolo, il teleobiettivo, una fin troppo mobile cinepresa a mano e un montaggio sincopato di Paolo Benassi. La sua originalità nel raccontare gli incerti confini tra salute e malattia, tra il creativo e il distruttivo nella passione amorosa… forte contributo attoriale della radiosa Bergamasco e dell’intenso Oliva.