“L’ETA’ D’ORO” PARLA PIERLUIGI ALTO, FIGLIO DI ANNABELLA MISCUGLIO

Manifesto l'età d'oro

Il ricordo risvegliato dal grande schermo

di Francesca Romana Massaro 

Parla Pierluigi Alto, figlio di Annabella Miscuglio 

Il Conte di Rivarol diceva che “l’oblio sarebbe un rimedio sovrano, se non ci ricordassimo d’avere obliato”. Lo scrittore e giornalista francese sapeva bene quanto è difficile cancellare un pensiero dalla propria memoria, così com’è inversamente proporzionale il rapporto con la voglia di tenere sempre a mente qualcosa e l’impossibilità di farlo.

Annabella Miscuglio

Annabella Miscuglio

Il flm “L’Età d’oro” nasce proprio dalla ferma volontà della regista Emanuela Piovano di fotografare, raccontare e imprimere nella memoria della gente, una vicenda che non sarebbe giusto far avvolgere dal manto dell’oblio. L’idea è originata da un’antica promessa che la stessa aveva fatto alla sua cara amica Annabella, protagonista involontaria di questa vicenda.

Il lungometraggio è stato realizzato dalla regista piemontese in occasione del trentesimo anniversario dalla sentenza, che veniva letta in aula il 15 novembre 1985, nella quale si assolvevano tutti gli imputati nel processo seguito alla trasmissione televisiva “AAA Offresi”, creata appunto da Annabella Miscuglio e dal collettivo di cui faceva parte. Il processo fu ribattezzato dalla stampa come “Il caso Véronique”, caso che ha modificato, in parte, la percezione del buon costume così come quella della privacy.

Ne “L’Età d’oro” la regista ripercorre – anche se in maniera libera e romanzata – le atmosfere e parte delle vicende che hanno contribuito a cambiare la vita di Annabella e delle sue amiche.

Ma per qualcuno, la grande avventura di trent’anni fa, sommata a quella di oggi, ha avuto un significato nettamente più profondo. Anche se questo è stato compreso solo a distanza di qualche tempo. Parliamo di Pierluigi Alto, figlio di Annabella Miscuglio. A differenza di sua madre, lui non ha mai fatto cinema. Anche se ha deciso di occuparsi di cucina e fotografia, la Settima Arte ha sempre fatto parte della sua vita.

Nel periodo in cui scoppiò il caso della trasmissione “AAA Offresi”, Pierluigi – per gli amici Piero – era poco più che un ragazzo.
Ci racconta: “Solo oggi, leggendo i documenti relativi al processo, mi rendo conto di quanto sia stato clamoroso, eclatante quel caso. Penso che all’epoca mia madre avesse voluto tutelarmi, creando una sorta di protezione – una barriera – tra me e quello che stava accadendo. Occorre anche tener presente che gli unici strumenti di informazione a disposizione erano la televisione e i giornali. Non c’era il tam tam mediatico che abbiamo oggi.

Ricordo perfettamente tutte le donne coinvolte nel processo: Rony Daopoulos, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini e Paola De Martiis. Me le ricordo perché frequentavano casa nostra in via degli orti d’Alibert. Erano delle care amiche di mia madre. Solo Loredana Rotondo, anche lei nel collettivo, non ricordo tra le mura di casa, forse perché era un’amicizia nata sul lavoro. Ammetto che non ho una memoria precisa di quel periodo; ero molto giovane e i miei pensieri erano naturalmente altrove. Inoltre è passato anche molto tempo, durante il quale non ho mai avuto occasione di parlarne con nessuno. C’è però una cosa che ricordo nitidamente dei giorni del processo: la paura. Quella sì. Temevo che mia madre venisse messa in prigione. Il rischio era alto e avrebbe comportato inevitabilmente un grosso problema. Forse avevo paura perché non sapevo molto del processo.

Ma era una cosa tutta mia perché mia madre, devo dire, non mi ha mai trasmesso questa sensazione, anzi. Mi tranquillizzava. Non so se poi con me appariva sicura del fatto che non sarebbe stata incarcerata solo per tutelarmi o perché ne era convinta davvero”.

Le riflessioni di Piero non arrivano, come mi sarei aspettata, come un fiume in piena. I ricordi danno l’idea di affacciarsi alla sua memoria, goccia a goccia. Frutto di emozioni e sensazioni scivolate davvero giù, nel profondo di un cassetto non toccato per decenni.

“Mi rendo conto, parlando con te – mi confessa Piero -, che è difficile. È difficile ricordare momenti così lontani, di cui non ho mai parlato.
Da quando mamma non c’è più, ho riflettuto su tante tematiche e su diversi argomenti. Ma in tutti questi anni al processo non ho mai pensato. È un discorso che ho iniziato a richiamare dal passato, quando ho letto stralci del tuo libro e riletto il loro. Sapevo che mamma stava vivendo qualcosa particolarmente significativa, ma in aula non ci sono mai andato”. La memoria , soprattutto quando i fatti vengono vissuti e filtrati dagli occhi di un ragazzo, assume forme differenti dalla realtà. Si perdono eventi che poi verranno valutati come fondamentali e restano scolpiti, invece, particolari meno importanti ma senza dubbio più signicativi a livello emotivo.

“Ho riletto il caso più come un evento che ha avuto un’importanza notevole a livello italiano, soprattutto a livello sociale, che come un evento che ha coinvolto mia madre. Non è stata una questione banale – asserisce Piero – che tutti i giornali nazionali parlassero di una trasmissione che aveva fatto pure mia madre, insomma non capita tutti i giorni. Ti ritrovi ad essere figlio di una persona che è venuta alla ribalta improvvisamente e la vedi sulle prime pagine dei quotidiani, con tutte le conseguenze che ciò può comportare”.

Come spesso accade, quando si sta cambiando la storia, la percezione di ciò che succede intorno non è così nitida e lucida. Solo a distanza di anni, i fatti prendono una piega ed un peso specifico differenti.

“Come ti dicevo, non ho il ricordo dei picchetti.. Mi accorgo di dover sottolineare, ogni tanto, che ho una certa età proprio perché oggi è tutto così facile. Sei bombardato d’informazioni, di notizie via carta stampata, ma anche e soprattutto Internet, Twitter e così via. All’epoca non era così. All’epoca correva la voce, era tutto un passaparola. Per questo motivo, essendo stato messo volutamente in disparte da mia madre, questo argomento non l’ho mai vissuto in pieno.”.

E aggiunge Piero:“Forse chi l’ha vissuta davvero in prima persona a quei tempi la può raccontare oggi come una questione imponente. Io stesso l’ho percepita in maniera più importante quando ho letto il libro, con la maturità e gli anni che ho (53). C’è un fattore emotivo che ti fa vedere le cose in maniera molto soggettiva. Non puoi percepire i fatti in maniera lucida. Per alcuni versi, ovviamente, li vivi anche male”.
In alcuni momenti del film, soprattutto in alcuni flashback, si rivivono le atmosfere delle comuni e dei collettivi. Quelle scene hanno contribuito a riportare alla mente di Piero degli antichi ricordi, anche se la realtà di casa sua non era così allargata.

“Quello di mia madre e del suo collettivo era un gruppo molto coeso. Ho continuato a sentire molte persone io stesso. Parlo di Rony, di Maria Grazia, di Paola e Anna, alle quali mi lega tantissimo affetto. Adesso purtroppo non ci sono più né Rony, né Anna e di Maria Grazia non ho notizie da tanto tempo, ma so che stava male.

Tornando a quel periodo, ricordo la generosità di Anna, che addirittura mi lasciò le chiavi della sua bellissima casa al mare, vicino Talamone, tutta per me ed i miei amici, per dieci giorni. Eravamo davvero legati ma non c’era questa vita di gruppo quotidiana, tipo una comune – racconta ancora Piero -. Nella casa di via degli orti d’Alibert vivevamo solo noi. Poi in alcuni periodi c’era qualche ospite, ma come in qualunque casa. Magari ci sono stati dei momenti, parlo di quando ero piccolo, che mia madre mi ha lasciato a Rony qualche volta, avevo 6 o 7 anni ma poi sono diventato autonomo abbastanza rapidamente. A 8 anni avevo le chiavi di casa e già cucinavo.”

Insomma il collettivo che aveva creato tanto scalpore con la trasmissione “AAA Offresi” e che era stato messo a durissima prova da un processo particolarmente aspro, la cui sentenza ha fatto giurisprudenza per la severità applicata durante tutto il corso del procedimento, non ha permesso che questi fatti ne distruggessero i rapporti interni.

Piero racconta:“Da quel che mi ricordo sono rimaste molto amiche anche dopo il processo, non mi sembra proprio che i loro rapporti siano stati intaccati. Quello che so per certo è che non hanno più lavorato tutte insieme. Sono state divise dal punto di vista professionale perché, come dire, non era strategico che il gruppo dello ‘scandalo’ continuasse a lavorare, unito. Più o meno ognuna ha avuto un suo percorso. Però mi ricordo che si sentivano tra loro. Erano veramente amiche. Mamma è tornata in Rai come regista esterna. Paola e Anna credo che siano state assunte, sempre dalla Rai. Rony ha lavorato in altre redazioni Rai, sicuramente nelle trasmissioni condotte da Catherine Spaak e da Licia Colò. Maria Grazia, invece, credo si sia un po’ più distaccata dalla Rai. Di Loredana non so perché non ho mai avuto rapporti diretti con lei. Mi ricordo di quando venivano a casa Rony, Maria Grazia e le altre. Non so se con lei si vedevano in Rai. Inoltre bisogna tenere presente che con le altre si conoscevano e frequentavano da decenni”.
Ovviamente la storia narrata nel film trae spunto dalla vita della pasionaria dei cineforum ma non ne è la ricostruzione fedele. Annabella infatti non ha mai avuto un’arena sul mare ma ha fondato il Filmstudio 70 nel centro di Roma.
Ciò che è certo è che le atmosfere del film ricordano molto quegli anni e il tipo di vita che si conduceva. “Partiamo dal presupposto che la realtà della vita di mia madre è già di per se stessa un romanzo – asserisce Piero, che incalza -. Poi è chiaro che, a seconda delle percezioni del vissuto, ognuno di noi si riconosce maggiormente o meno in ciò che si vede sul grande schermo.
Alcune cose le ho ritrovate molto, altre di meno. Guardando il film facevo il gioco di cercare di riconoscere i personaggi del film rispetto agli amici della vita reale. Se ritrovavo certi tratti delle loro personalità. Mi piaceva poi vedere come questi venivano interpretati non solo da Emanuela ma anche dagli attori.”. Ciò che è certo, è che Piero si è rivisto in parte in Sid.“Mi sono ritrovato in alcune dinamiche. In alcuni momenti ho riconosciuto il rapporto madre- figlio che avevo con mia madre. Ad esempio in qualche piccolo screzio, come quello per le sigarette che fumava, sempre troppe per uno come me che non ha mai sopportato il fumo. Non proprio nel personaggio in sé. Il film l’ho apprezzato molto, anche se devo ammettere che mi è dispiaciuto vedere stravolta la figura di mio padre, che nel film “Arabella” afferma essere partito sin da subito per seguire la sua musica, mentre nella realtà mio padre, è stato sempre presente in ogni attimo della mia vita, fino all’ultimo dei suoi giorni. Così come sono stato al fianco di mia madre fino al suo ultimo respiro, mentre nel film si vede che arrivo da un’altra città solo il giorno del funerale. Ma, come si diceva prima, un film è il frutto di un compromesso tra realtà e nzione”.

A volte, avere lo spunto per parlare di questioni lontane nel tempo che però hanno inciso molto nella propria vita, porta a dare il via ad una serie di riflessioni, una sorta di bilancio generale della propria vita, così come della propria origine. E allora ci si rende conto che il motivo per il quale era stato deciso di realizzare il libro, così come il film, era un motivo fondato. Annabella non sarà dimenticata e “Il caso Véronique” verrà, ancora una volta, analizzato, criticato e o approvato.

“È un momento della mia vita in cui sto riflettendo parecchio – confida infatti Piero-. Il mese scorso, per esempio, ho deciso di andare a Lecce, la città di mia madre. È stata una cosa affettiva e affettuosa. Ho deciso di perdermi tra quelle che un tempo erano state le sue strade. Sono passato davanti alla sua scuola elementare e alla sua casa di famiglia. Me la immaginavo lì, da piccola.
Ormai sono passati più di settant’anni da quando Annabella visse in quei posti, ma il coinvolgimento emotivo, quello, il tempo non lo cambia. È stata un’emozione forte. Però non sono andato al cimitero. Ho scelto di vedere i posti in cui lei viveva. Poi chissà, magari l’andrò a trovare anche al campo santo, un giorno”.

Piero ci racconta che, in questo viaggio molto particolare, si è fatto accompagnare da “un libro, di Luigi Chiriatti – profondo conoscitore della cultura salentina – intitolato “Osso, sottosso e sopraosso”.

Tra Luigi e mamma si strinse una bellissima amicizia, che tutt’ora porto avanti anche io. All’interno di questo libro c’è un pezzo che porto nel cuore, scritto da Nicolai Ciannamea, l’operatore pugliese con cui mia madre ha lavorato molto. È stato molto particolare rileggere queste parole mentre camminavo per Lecce. E nello stesso libro ho ritrovato anche un contributo di Emanuela Piovano. È stato proprio un bel viaggio.“.

Durante le riprese del film, tornavano i “cerchi concentrici” sia davanti che dietro la macchina da presa. Sullo schermo, i cerchi erano il risultato di uno dei primi esperimenti cinematograci della protagonista Arabella. Dietro lo schermo e quindi sul set, i cerchi concentrici rappresentavano tutti quei tasselli che, tornando a posto in maniera del tutto casuale, ricomponevano una figura perfetta, il loro cerchio originario. I cerchi concentrici.

Tra questi c’è stata la casualità di accogliere sul set la vera nipote di Annabella, appassionata di cinema, che per puro caso aveva scoperto, il giorno prima delle riprese, che una troupe romano-piemontese si era insediata a Monopoli per girare un film sulla vita di sua zia.

Paola Verardi

Paola Verardi

“Il fatto che sul set ci fosse Paola, la nipote vera, è stato quasi un colpo di fortuna, una sorta di sliding doors” – ha commentato anche Piero.
Oggi, che il film è stato concluso e lavorato, Piero si lascia andare ad un’ultima confessione:“Mia figlia sa molto di Annabella, ma non sa tutto. Forse un giorno continuerò a raccontarle alcune cose.

Ciò che so per certo è che mi farà molto piacere farle vedere il film. Più che altro per avere una rappresentazione della nonna ma anche del papà da giovane, anche se in versione romanzata, ma è bello che possa vederlo”.

È un cerchio che si chiude. Un altro cerchio concentrico.

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