LA SCENEGGIATRICE FRANCESCA ROMANA MASSARO HA INTERVISTATO IL CAST DEL FILM “L’ ETA’ D’ORO”

 

Il cast del film si confronta (Laura Morante, Dil Gabriele Dell’aiera, Giulio Scarpati, Gigio Alberti, Stefano Fresi, Eugenia Costantini, Pietro De Silva, Giselda Volodi e Elena Cotta)

GLI ATTORI D'ORO

Uno sguardo dietro allo schermo 

di Francesca Romana Massaro

Hanno preso parte al film “L’Età d’oro” e però, come spesso capita, non sono mai stati contemporaneamente tutti in scena. Abbiamo deciso quindi di riunirli qui, in un dibattito serrato sul cinema e sul significato che questo film ha avuto per ognuno di loro.

E’ interessante vedere i motivi che hanno convinto gli attori a prendere parte a quello che era nato come un piccolo progetto indipendente e che poi si è trasformato in un film dal cast stellare.

Racconta Laura Morante, protagonista e prima attrice alla quale è stata presentata la sceneggiatura: “E’ un film che mi è sembrato da subito molto originale e si sentiva che l’argomento non era pretestuoso! Anche quando poi l’ho visto sul grande schermo, si percepiva che, oltre ad un film riuscito, fosse simpatico”. Di approccio completamente differente, il più giovane del gruppo e coprotagonista, Dil Gabriele Dell’Aiera, che confida “Quando ho cominciato a leggere la sceneggiatura avevo già in mente di rifiutare l’offerta. Ero a Londra e avevo un lavoro presso una meravigliosa azienda multinazionale che combinava le mie competenze artistiche con il mio interesse per la tecnologia. Pensavo davvero di aver raggiunto una quadra. Poi pagina dopo pagina, il dubbio cominciava a salire, era come una battaglia interna tra la passione e la ragione. Ho passato giorni durissimi e sentivo che Sid faceva parte anche un po’ della mia vita… com’è finita la battaglia, è storia nota!”

Anche Dil Gabriele Dell’Aiera è dell’avviso di Laura Morante: “Si sente che c’è una partecipazione emotiva della regista a questa storia. C’è un’emozione sua che passa e che si trasmette allo spettatore”.

Ciò che ha colpito in maniera particolare tutti coloro che hanno lavorato a questa pellicola, pare sia proprio una questione di metacinema. “Parlare di cinema è bellissimo – afferma Stefano Fresi -. Il fatto di fare una storia con il mezzo attraverso il quale la racconti, è sublime. Se il cinema è la nave, essere il timoniere che fa vedere il film agli altri è divertentissimo”.

Il sapore di un’epoca andata ma non dimenticata, ha accompagnato la troupe in questa enorme avventura e discorsi che un tempo erano in auge, sono ritornati ad affiorare sulle labbra degli interpreti.

“Il tema dei cineclub e delle sale all’aperto è un elemento – racconta Giulio Scarpati – che conoscevo bene. Siamo una generazione cresciuta lìdentro. Penso a Roma al cineclub Tevere, all’Azzurro Scipioni o al Filmstudio, che erano proprio quei luoghi nei quali vedevi film che magari non circuitavano nelle altre sale. Ricordo quel clima e il tema del film mi sembrava molto in sintonia con le esperienze che avevo avuto. Tante volte ho pensato di aprire un cineclub o un teatro però chiaramente essendo un artista, mi mancava sempre chi faceva il progetto economico. E quando metti in piedi certe attività, devi tener conto di tutto gli aspetti per non fare una cosa esclusivamente velleitaria. Poi non so se sarei neanche in grado di gestirlo”. Non è l’unico, Giulio Scarpati, ad aver fatto un pensiero simile. Lo stesso Stefano Fresi racconta che gli piacerebbe tantissimo aprire un cineforum e “alcune volte ho organizzato delle proiezioni con degli amici in cui chiunque era libero di portare qualunque tipo di film, purché circostanziasse la sua scelta all’inizio della proiezione. Poi se ne parlava tutti insieme. E’ anche un modo di conoscersi”.

Chi ha vissuto gli anni ’70 e ’80 nel magico mondo del cinema e del cinema sperimentale, conosce bene le atmosfere raccontate dal film, a partire dai riferimenti cinematografici, per arrivare fino alle comuni.

“Leggendo la sceneggiatura, mi ha ricordato molto il cinema francese, quello tipico degli anni ’70 e quello che in quel periodo era già il cinema d’essai francese. Ho vissuto – dice Pietro De Silva – l’epoca del FilmStudio e del cineclub Tevere, che ora si chiama Labirinto. Era il mio pane quotidiano, quindi ritrovare tutto ciò ne “L’Età d’oro” è stata una casualità che combinava il mio lavoro di attore e la mia passione da 17enne, gran consumatore di cinema di qualità. Mi ha dato la possibilità d’interpretare un film sul cinema e un film su una mia passione specifica dell’epoca. Ho pensato che di meglio non mi poteva capitare. Inoltre, sono convinto che il 70% di un film sia dovuto alla sceneggiatura. Come diceva Billy Wilder, per fare un grande film servono tre cose: una sceneggiatura, una sceneggiatura e una sceneggiatura. Quando ho letto questa, di sceneggiatura, ho pensato ci fosse una piccola grande intuizione”. Non bisogna avere per forza vissuto in quegli anni per amare i cineforum, Eugenia Costantini ne è la riprova: “La storia, il tema di cui trattava il film mi ha colpita particolarmente perché aveva un approccio cinefilo e allo stesso tempo fresco. In più Filmstudio è un luogo in cui sono stata varie volte. E’ un piccolo posto che mi piace molto”. Indubbiamente parlare di cinema a persone che vivono di cinema, fa sempre piacere. La stessa Elena Cotta racconta che “La mia partecipazione è stata soprattutto amichevole però la storia mi ha intrigata enormemente e mi son sentita felicissima di far parte di un tema così bello e caldo. Talmente caldo che vicino a casa mia a Trastevere, si è creata una situazione parallela con il cinema America che volevano sacrificare per speculazioni edilizie e anche in quel caso volevano togliere alla gente la possibilità di un incontro con qualcosa di vivo”.

C’è anche chi non si sofferma solo sull’aspetto cinematografico, ma che approfondisce anche quello sociale che permeava gli italiani in quegli anni. Dalla rivoluzione sessuale alla politica, si trattava di anni caldi e pieni di scontri.

Spiega Giselda Volodi: “Era sicuramente molto forte la storia vera da cui è tratta il film. Questa vicenda giudiziaria assurda, molto toccante, oggi sembra una follia andata avanti per anni e anni. E poi certo tutta quell’epoca e quel modo di rapportarsi tra le persone, era un mondo che non c’è più e che viene raccontato anche poco in maniera realistica”. Incalza Gigio Alberti sostenendo che anche lui era rimasto colpito dal fatto che il film trattasse di quegli anni che sono ancora molto controversi. Aggiunge poi: “Si parla del rapporto con un periodo che per tanti fu felicissimo, per tanti altri non così felice perché pare abbia prodotto parecchi disastri. Mi piaceva rivedere un periodo così, con gli occhi di uno che invece quell’epoca non la conosce ed è fuori da quei meccanismi. Adesso le cose sono più concrete. Una volta i valori dell’amicizia erano più forti ma non perché fossero più forti in assoluto, piuttosto perché c’era una pratica comunitaria molto maggiore e anche i rapporti si percepivano di conseguenza in maniera più profonda. La comune ti legava molto di più anche a tante persone”. Nella realtà si ritrova lo schema che vede i personaggi del film, ruotare intorno ad Arabella, come i pianeti intorno al sole. “Qualcosina di quello che ho vissuto in prima persona, l’ho ritrovato anch’io – prosegue Gigio Alberti -. Era una stagione che delle volte mi chiedo se l’ho vissuta realmente. Come in tutte le situazioni comunitarie, ricordo che in certi momenti le differenze tra i membri dello stesso gruppo venivano fuori maggiormente, in certi altri meno. Dovevi comunque essere molto omologato per essere interno ad una situazione del genere. In una organizzazione che era libertaria, c’era sempre e comunque una sorta di omologazione”. La pensa esattamente come Alberti anche Giselda Volodi che aggiunge “In quegli anni c’era un’allure molto romantica, idealizzata e vittima di cliché. Caratteristiche tipiche di certi mondi e di certe epoche, quindi erano interessanti la sfida e la voglia di raccontare di un gruppo di persone che hanno questo passato insieme. Ho vissuto i tardi anni ’70 e i primi ’80 e anche in quegli anni il fatto di far parte di un gruppo era molto importante, ma io sono sempre stata un cane sciolto. Ricordo la sofferenza di non poter restare in questi gruppi perché non riuscivo ad aderire a certe ideologie, certe visioni. Ero in accordo su tante cose ma tante altre non le condividevo, quindi in realtà ho vissuto un’adolescenza abbastanza solitaria benché ci fosse ancora quest’aspetto delle comuni. Nei miei anni inoltre, si andava verso una china violenta, aspetto che mi ha trovato sempre molto, molto distante. Sono una pacifista tout court”.

Insomma a fare da guida in questo film sono stati la voglia di ricordare e rendere omaggio, ma anche la nostalgia di certe atmosfere e, infine, l‘amore infinito per il cinema. Nonostante ci si lavori, non si finisce mai di subirne il fascino. Anche Stefano Fresi resta sempre colpito dalla magia del cinema, in ogni sua sfaccettatura e, da compositore, si sofferma su Bruno il rumorista (interpretato da Giulio Scarpati). Nota infatti una particolarità del personaggio: la fantasia. E aggiunge: “I rumoristi sono geniali. Sono dei bugiardi meravigliosi perché ti convincono che quello che tu vedi, ad esempio, sia un osso che si rompe perché vedi un macellaio che con un bastone picchia un pezzo di carne e invece hanno dato un pugno su di un pacco di pasta e l’hanno registrato. Ma tu sei convinto che il suono che senti corrisponda a quello della realtà e invece non è così”. Impossibile resistere a questo fascino fanciullesco che immancabilmente trascina tutti, dagli interpreti agli spettatori. Anche Giulio Scarpati è stato colpito da questo aspetto e racconta: “Per interpretare Bruno, sono partito dal suo specifico, dalla passione per il suono. Ho cercato di carpire la varietà dei suoni anche camminando per strada. Poi ho pensato al fatto che era un magistrato che in qualche modo rischia. Quindi devi capire e percepire il pericolo, anche se in questo film è un aspetto solo marginale. Altro aspetto importante, questo rapporto con una donna che lo lega all’amore e all’amore di un gruppo intero. Soprattutto per la mia generazione, è una cosa nota. Ci sono dei totem che riguardano il gruppo. I rapporti al loro interno si stringono sempre di più, fino a che poi c’è una sorta di Big Bang e il gruppo stesso deflagra. Ma io, con Bruno, ero la parte più pragmatica del film, interpretavo un uomo che, nonostante vivesse in una comune, decideva di diventare un magistrato. La vita nei gruppi ti condanna a mantenere il ruolo di quando avevi 15 anni, nonostante tu sia cresciuto. A volte il destino delle persone non viaggia sulla stessa linea anche se, quando sei ragazzo, ti sembra impossibile che il tuo gruppo si divida perché qualcuno sceglie un mestiere piuttosto che un altro. Mi piaceva questo doppio livello presente nel film. Mi piaceva moltissimo che fosse una persona attenta alla musica, alla lirica, ai rumori. Mi piaceva che fosse lì, con il suo boom e che riprendesse questi suoni della natura e della vita, come se la realtà la dovessi ascoltare per capirla”. La dinamica del gruppo continua a mantenere il suo fascino sulla maggior parte degli interpreti del film che, dovendo studiare il proprio personaggio, non può non tenere conto di questi legami, ora più forti, ora meno, che muovono gli animi dei protagonisti come i fili in balìa delle mani del burattinaio. Se ne rende conto anche Giselda Volodi che sottolinea: “Per il mio personaggio non mi sono ispirata in particolare a qualcuno. M’interessava però la relazione molto forte di tutte queste persone innamorate della stessa donna, questo gruppo che ruotava fortemente intorno ad Arabella. Delle volte capita che un personaggio di un altro film mi suggerisca qualcosa per un ruolo, ma questa volta ho cercato di seguire la regista perché lei ha un metodo particolare, suo, e mi sono molto affidata a lei perché aveva una sua modalità molto personale. Le piace la freschezza di quello che succede lì per lì. Il suo metodo è una via di mezzo tra una pulsione intellettuale forte e, di contro, la ricerca dell’improvvisazione sul set. Diciamo che c’è un po’ un divario tra questi due aspetti. Io mi sono affidata e ci sono stati dei momenti molto belli. Mi lascio andare e che cerco di fare le cose anche sul piano poetico. Mi piace quando succede qualcosa che poi sorprende anche me, soprattutto perché non sono molto tecnica. E’ particolare questo modo di lavorare e per un interprete è decisamente interessante entrare nel mondo di Emanuela”. D’altronde il personaggio deve essere fatto proprio dall’attore e questo è il primo passo. “Si deve necessariamente trovare un punto d’incontro con il personaggio, per quanto distante possa essere da te – aggiunge Laura Morante -. Dovrebbe avvenire sempre. In questo caso interpretavo Arabella che è stata una donna di passione. A me piacciono le persone appassionate! Io non sono stata mai una cinephile però nella vita mi sono appassionata ad altro e la passione – ciò che ti fa dimenticare i tuoi interessi e che ti fa perdere la cognizione – è una cosa che conosco. E poi c’è il rapporto difficile con questo figlio, che nel film appare abbastanza drammatico, anche se poi c’è di buono in questo film e nella sceneggiatura, che c’è sempre una certa levità. E’ lieve, non è mai tragico. C’è dell’umorismo, dell’immaginazione. Però si percepisce che il rapporto con il figlio è doloroso, difficile e frustrante. Penso che ogni madre, ma anche ogni figlio, può capire. Il sentirsi disapprovati o non compresi sono qualcosa cui tutte le madri vanno incontro. Le parti più toccanti, per quanto mi riguardava, erano proprio il rapporto con il figlio e la passione per il cinema”.

Questo difficile confronto generazionale ma anche di status madre-figlio, anche Gabriele Dil Dell’Aiera l’ha vissuto come qualcosa di conosciuto, già provato nella vita vera. Ho molte cose in comune con Sid – ammette Dil -. Anch’io ho avuto un rapporto particolare con mio padre e in alcune battute o modi di fare di Arabella, mi sembrava di fare un tuffo nel mio passato”.

Quella che, nella vita vera, è la figlia della protagonista – Eugenia Costantini – invece non si sofferma su queste tematiche, ma trova predominanti altri aspetti: “Avendo fatto diverse riunioni sul film, il personaggio è venuto un po’ da sé, chiacchierando in quelle occasioni. Ho immaginato la personalità di questa ragazza, Vera, anche secondo quello che Emanuela voleva. La regista mi parlava di una ragazza vivace con una grande passione e, in definitiva, molto vicina a me. Penso che avrei potuto fare le stesse cose che ha fatto Vera anche perché amo molto il cinema e condivido quindi la sua stessa passione”. Altra persona che ha trovato nelle indicazioni di Emanuela Piovano delle direttive chiare, è stato Stefano Fresi: “Cerco sempre di trovare un taglio con il regista, insieme a lui cerco di andare nella direzione che abbiamo scelto insieme. Sono poi del tutto privo di tecnicismo. Credo che sia fondamentale cercare di leggere il personaggio e innamorarsene, andando in quella direzione, piuttosto che pensare alla tecnica e basta”. Lo strutturalismo nell’interpretazione, per quanto ancora da alcuni venga messo in pratica, pare comunque che sia stato accantonato dalla maggior parte dei nostri attori. Pietro De Silva che insegna anche recitazione, dichiara che: “Bisogna che l’interprete si cali tanto nel personaggio che non abbia altri riferimenti che il personaggio stesso, a meno che non interpreti un personaggio realmente esistito”. Stessa tesi sostenuta da Elena Cotta che ci tiene a sottolineare: “Il mio metodo si riallaccia, sia pure alla lontana perché se no diventa anche un po’ uggioso e scontato da dire, al metodo Stanislavsky. L’importante però è sempre il convincersi di essere dentro fino in fondo alla verità del personaggio. E’ l’unico sistema che ho sempre usato, sia in tv, che in teatro o cinema. Il cercare di compenetrarmi al massimo nella verità della situazione e del personaggio”.

Dello stesso avviso è Laura Morante che spiega il suo metodo recitativo in un modo molto originale e poetico: “per recitare sono abbastanza istintiva, uso un metodo più simile a quello di un musicista. Leggo la partitura che per me è il copione, cerco di accordarmi con gli altri musicisti – gli attori -, aspetto il segnale del direttore d’orchestra, il regista, e se c’è qualcosa che non mi quadra, la faccio presente e cerco di metterci del mio. Fondamentalmente credo che recitare sia come lavorare in un’orchestra. Non esiste il tuo ruolo. Esiste il tuo ruolo in quel contesto, con quegli strumentisti, con quel direttore d’orchestra, con quella partitura e accordarsi è una delle prime cose che deve fare un attore. E credo molto più nel ritmo più che nell’immedesimazione. Alla fine penso che ne venga fuori un personaggio al quale si vuole bene. Non è una santa, Arabella. E’ un’appassionata, sincera. Non credo sia un personaggio che si può detestare”.

Questione fondamentale, nel momento in cui si studia un personaggio, è il fatto di non farlo apparire come perfetto, immacolato. “In questo caso cercavo di immaginare una persona che fosse passata in quegli anni lì stando bene economicamente e che è andato avanti avendo a che fare con i soldi. Insomma una persona che s’è sporcata un po’ le mani e non si sente particolarmente colpevole di ciò che ha fatto – dice Gigio Alberti del suo Jean -. Alla fine, anche il modo in cui fai le cose è fondamentale. Va sfatato anche il tabù di chi ha la spocchia, di chi è sempre e comunque contro le persone che stanno bene economicamente”.

Ovviamente i metodi dei singoli attori devono collimare con quello applicato dal regista. E non sempre è facile. In questo caso, a quanto pare, gli interpreti sono stati sorpresi da un metodo completamente nuovo – sperimentale – di direzione, messo in capo da Emanuela Piovano. Le reazione, com’era immaginabile, sono state diverse in un primo momento ma poi sono andate tutte nella stessa direzione. “Mi dispiace aver fatto film con una piccolissima percentuale di registe donne. Con Emanuela mi sono trovata molto bene. Nei primi giorni ho dovuto prendere le misure per capire dove si stava andando, ma è normale. Gli attori sono spesso degli ex timidi, è quasi impossibile che l’attore non abbia una dose d’incertezza e o timidezza. Quindi c’è una prima fase, quando un attore decide di abbandonarsi nelle mani di un regista, in cui può sorgere qualche timore, qualche resistenza e poi però ci si abbandona”. Laura Morante ne fa una questione di timidezza e, a dire il vero, è una sottotraccia presente nelle parole di quasi tutto il cast. Anche Gigio Alberti dice: “A volte avrei preferito una guida autoritaria perché mi dicevo che io stavo perdendomi nel nulla. Dove invece mi sentivo più a mio agio, mi andava benissimo la guida di Emanuela”. Anche Stefano Fresi capisce cosa intende Gigio Alberti ma sottolinea che si tratta di una predisposizione caratteriale, infatti dice: “Mi sono trovato benissimo a lavorare con Emanuela. Lei sa esattamente ciò che vuole e te lo fa capire, ma non ti guida millimetro per millimetro. Ti dice da dove si parte e dove si arriva, poi se ti muovi liberamente nella traiettoria, lei ti lascia fare tanto sa che resti nei paletti”. Della stessa opinione è Eugenia Costantini che ammette: “Il metodo di Emanuela l’ho capito solo in un secondo momento perché ha dei modi non tradizionali. Ci ho messo un po’ ma poi mi sono trovata bene perché è una persona molto disponibile. ‘L’Età d’oro’ è un film con una regia che lasciava molto spazio all’improvvisazione, una cosa che trovo particolarmente stimolante. Emanuela non è rigida e non arriva con delle idee preimpostate. Ha una visione molto chiara su alcune linee, sul carattere, sul senso di fondo della scena, però poi ti lascia libero. Il rischio ogni tanto è che ci si senta un po’ confusi ma è molto piacevole”. Elena Cotta a tal proposito ha ribadito che Emanuela: “Con molta intelligenza lascia anche un certo spazio, non vuole una linea dura di interpretazione e quindi mi ci sono incontrata bene proprio grazie a questa duttilità e sensibilità nel capire l’atteggiamento di un attore”.

E a proposito di attori, non poteva mancare il punto di vista di Giulio Scarpati, che si diverte a raccontare che: “Quando lavori con Emanuela ti senti parte di un gruppo, di un progetto, ti fa sentire parte di un ingranaggio comune. Lei è una persona che ama mettersi in gioco, sperimenta e si lancia in cose che non ha programmato. Traccia un percorso ma tu sei libero di vedere dove va a finire, cosa ti può portare. Con Emanuela avevi la sensazione che potessero partire anche le tue fantasie, avevi la possibilità di farle diventare patrimonio di ciò che stavi facendo. E’ un metodo diverso, completamente. In questo modo sei costretto a elaborare anche tu il tuo percorso all’interno di questo racconto, quindi cerchi i tuoi agganci per dare originalità al personaggio che fai. E’ stata davvero una bella esperienza, con colleghi carini. Si era creato un gruppetto in sintonia che si ritrovava anche la sera. Un momento davvero felice. Anche se lavoravamo facendo orari faticosi e quant’altro, la cosa bella era che vedevi tutti sorridere. E’ importante per me lavorare in atmosfere piacevoli, sorridenti e non con quell’atmosfera di tensione e terrore che spesso si trova sul set. A Monopoli c’era un grande sorriso, a cominciare da Emanuela. E poi, ho trovato un club di tifosi romanisti a Monopoli e c’era una tale sintonia che mi sembrava di stare a casa. Non foss’altro che invece di dire ‘Daje Roma’, usavano delle frasi in dialetto pugliese!!”.

E’ proprio vero, l’atmosfera sul set era rilassata e partecipe: si stava tutti creando qualcosa di pareticolare insieme, guidati dal genio sregolato di Emanuela. Questo tipo di avventura ha fatto sì che anche il cast si unisse in una maniera particolare. A raccontarlo è Gabriele Dil Dell’Aiera: “Avete idea di cosa voglia dire stare sul set con attori del calibro di Laura Morante, Giulio Scarpati, Giselda Volodi, Pietro De Silva, Elena Cotta, Gigio Alberti etc..?! Beh, la prima sensazione è quella di un’incredibile gratitudine per l’occasione che si sta vivendo, poi ti senti come uno apprendista in una bottega d’arte a hai tutto il rispetto ma allo stesso tempo anche tanta voglia di imparare da questi grandi attori. Io, Pietro, Giulio e Gigio eravamo i 4 ragazzini allegri del set… L’ambiente era di estrema complicità e collaborazione. Descrizione a parte va fatta per Stefano Fresi che, se avessi avuto una macchina da presa ogni volta che era sul set, avrei potuto girare un film nel film. I momenti più intesi però li ho vissuti con Laura Morante. La sua presenza era fortissima e quando c’era lei si respirava una forte aria di cinema. Per me è stata una mamma artistica oltre che nella finzione, nel backstage infatti le chiedevo dei consigli e lei pronta me li dava. Aver recitato con Laura Morante vuol dire aver realizzato un sogno che avevo fin da ragazzino”.

Questo tipo di sentimento, a quanto pare, è stato percepito da tutto il cast, tanto che la stessa Laura Morante racconta: “E’ stata particolarmente emozionante l’unica scena che ho fatto con mia figlia. E’ stata la prima volta, da quando lei era bambina, che abbiamo lavorato insieme nella stessa scena. Ne abbiamo parlato, lei anche ha partecipato a qualche riunione di sceneggiatura insieme a me”. E, per quanto riguarda il resto del cast, aggiunge: “Con Gigio di conosciamo da moltissimi anni ed è un attore che stimo molto. Abbiamo fatto tournée teatrali insieme e siamo abbastanza abituati uno all’altra. E’ anche nel cast del mio film (“Assolo”, ndr). Giulio Scarpati l’ho visto pochissimo purtroppo. Giselda Volodi è una donna molto sensibile e interessante, oltre che un’attrice molto dotata. In questo set per esempio non ho incrociato Stefano Fresi con il quale però ho lavorato in un altro film, recentemente. E’ anche lui un attore bravissimo. Insomma, era un buon cast ed è stato molto piacevole il periodo delle riprese, anche perché avevo una casa con vista sul mare, mi ero portata la mia cagnetta, Bice, e la mia famiglia è venuta a trovarmi. E poi, Dil. Mi sembrava molto felice di interpretare questo ruolo e mi sembrava molto aperto anche a tutte le modifiche che abbiamo continuato a fare fino all’ultimo momento”.

“E’ stato abbastanza naturale il mio primo confronto in scena con mia madre – ci racconta Eugenia Costantini -. Forse è dovuto anche al fatto che non fosse un film rigido e mi ha fatto gioco il fatto di sentirmi libera. Io e mia madre avevamo comunicato molto, su questo film e una volta sul set è stato abbastanza fluido, naturale e divertente. Era una situazione, un contesto che ci ha agevolate in questo senso”.

Secondo Gigio Alberti, per quanto riguarda l’atmosfera sul set, è determinante il mood della regia. “Emanuela era serena e ti faceva stare bene. Questa è una cosa che senti subito – ribadisce Gigio -. E poi l’altra cosa importante è il posto in cui si gira. Il fatto di stare fuori dalla realtà di ognuno, contribuisce a creare una realtà positiva, un altro mondo in cui hai la possibilità di vivere una vita altra dalla tua, da quella normale e accentuare la situazione nella quale ti trovi a vivere”. Concetto, quest’ultimo, che è stato ripreso anche da Pietro De Silva, il quale sostiene che: “E’ stata una bella sorpresa e sono nate delle meravigliose amicizie. Con Emanuela mi sono trovato subito benissimo, la sua ironia mi piaceva moltissimo e anche il modo in cui la combinava con il suo rigore. Grande personalità. E poi ha un senso dello spazio sul set, molto delineato. Lei ha già tutto chiaro, sa dove vuole mettere il punto macchina. Non ha dubbi e questo fa sentire molto sicuro l’attore. Ti dà delle direttive giuste sugli stati d’animo, ti ci accompagnava per mano. E non capita spesso.

Con Giulio Scarpati avevo già lavorato. E’ di una dolcezza, una persona di una carineria rara. Con Gigio avevo fatto ‘L’ora di religione’ di Bellocchio, e lo conoscevo già bene. Con Giselda invece, ci siamo inoltrati in discorsi impegnati. Lei fervente buddista, mi ha spiegato di tutto. Anche Dil, veramente carino e piacevole ed Eugenia che già conoscevo dai tempi de ‘I Liceali’. La forza di Emanuela è stata proprio quella di aver scelto il cast. Molti registi non hanno la possibilità di scegliere le persone che preferiscono, invece in questo caso lei ha deciso tutto con una precisione impressionante. E poi ha aiutato, da non sottovalutare assolutamente, il fatto che quando si gira in posti del genere, i ritmi sono rallentati, non sei preso dalla frenesia quotidiana della tua vita di tutti i giorni. Lì stacchi la spina e sei dedito al film. Per me girare in provincia è molto meglio. Si crea una solidarietà sul set che altrimenti non c’è”.

E a proposito di città diverse, Gigio aggiunge, indossando il suo tipico ghigno: “Avendo non tanti giorni di lavoro e tanti di riposo, mi sono goduto il posto. Conosco Monopoli in lungo e largo. Mi è piaciuta moltissimo. C’è una quantità di gente che fa jogging sul lungomare e ormai ne conosco la metà. Quelli che corrono o sono atleti o è gente che deve dimagrire. Gli atleti li guardo solo con invidia, gli altri con simpatia. Posso dire oggi, che i ciccioni di Monopoli li conosco tutti”.

Anche Giselda Volodi parla dell’esperienza sul set come di un bel momento e dice: “Non avevo lavorato con nessuno di loro ma mi sono trovata molto bene con tutti. Bravi, carini. Gigio carinissimo, Laura molto e sua figlia pure. Con Pietro abbiamo chiacchierato molto e poi ha una bella energia. Mi ha raccontato molte cose”. Dal trovarsi bene al ridere a crepapelle, questa l’esperienza di Eugenia Costantini: “Ho lavorato molto con Dil e con Stefano Fresi con il quale mi sono fatta grasse risate. Mi sono trovata davvero molto bene. Mi ricordo di aver avuto insieme a Stefano e a Giselda, degli attacchi di vera e propria “ridarella”. Elena Cotta ha un suggerimento: “Come sono stata coccolata! Che amici che ho trovato, davvero ne ho un ricordo bellissimo. Riproviamoci!!”.

Scherzi a parte, Gabriele Dil Dell’Aiera tira fuori un argomento che trova l’interesse di tutto il cast. Dice infatti: “Sono contento che Emanuela Piovano abbia avuto il coraggio di raccontare questa storia perché credo che altrimenti non avremmo dato il giusto valore alla vita di Arabella Miscuglio. Immagino che non che non sia stato affatto semplice tradurre in sceneggiatura una vita così piena senza rischiare di sembrare troppo perbenisti. Credo che il film in questo senso abbia trovato la dimensione giusta, lasciando allo spettatore la propria valutazione con la propria conoscenza. E poi il colpo definivo al cuore me lo ha dato Emanuela Piovano, quando per la prima volta mi ha raccontato del perché di questa sceneggiatura”. “Nel tempo, gli argomenti ritornano. Ci sembra sempre che certe cose siano state superate e poi te le ritrovi sempre tra i piedi – risponde Giulio Scarpati -. Il rapporto con la censura ti sembra sempre superato e invece te lo ritrovi in continuazione. Quella generazione ha fatto delle battaglie e le loro conquiste si davano per acquisite, invece non è così. Forse tutte queste tematiche e conquiste ti fanno vivere quell’epoca in maniera quasi mitologica”.

Eugenia Costantini incalza sostenendo che per documentarsi su Annabella: “Mi sono guardata su Internet delle informazioni su di lei. Ho trovato delle foto e degli articoli”. “Il titolo AAA Offresi in qualche modo me lo ricordavo, per il resto zero. Io sono milanese e non ho vissuto nulla del clima romano di quegli anni lì” mentre Gigio Alberti commenta il fatto che in una città diversa da Roma, alcuni fenomeni si sentivano in maniera differente.

La voce fuori dal coro è invece quella di Laura Morante che però ci tiene a precisare: “Non sono particolarmente fan dei film nei quali si deve riprodurre fisicamente il personaggio, mi dà sempre l’idea del circo. Se però ci s’ispira a persone che hanno avuto vite intense, con spunti interessanti, perché no. Io ho fatto personaggi esistiti, penso a quando ho interpretato Sibilla Aleramo. Però c’era una certa libertà d’azione. Quando si vuole essere pedissequamente fedeli nel riprodurre l’aspetto fisico, mi sembra solo una perdita di tempo”.

E infatti, persone come Arabella, che hanno avuto vite intense, allora il film non è più solo una commedia o una pellicola drammatica. Secondo Stefano Fresi infatti, accade qualcosa di particolare: Sono convinto che il film abbia un potere enorme di veicolare dei messaggi sociali. Penso che al di là del genere con il quale lo si faccia, bisogna dare uno spessore al tipo di messaggio che si lancia, andando oltre il mero intrattenimento e facendo l’opera d’arte che rimane, che puoi andare a prendere in qualsiasi momento come riferimento per circostanziare una tematica sociale. Penso a ‘Smetto quando voglio’ che ritrae attraverso la lente distorta della commedia, comunque abbastanza fedele, la situazione del precariato in Italia. Non è il film drammatico o comico in sé che decide questa cosa, quanto la profondità del messaggio che tu dai. Quindi film come ‘L’Età d’oro’ hanno una tematica sociale importante che ti arriva e penso che quel genere di film vada difeso, diffuso e tenuto sempre presente”.

Non si può far altro che dargli ragione, visti i risultati di sensibilizzazione che certi film hanno prodotto. Anche Giselda Volodi è di questo avviso: “Sono film tutt’altro che pleonastici: son necessari. E’ giusto proprio per la memoria di quella singola persona. Ho visto qualche sera fa ‘Veronica Guerin’ (di Joel Schumacher, ndr), la storia di una giornalista irlandese che inizia ad indagare su di un giro di droga e viene ammazzata. Dopo questo omicidio è stata cambiata la costituzione irlandese e quindi grazie a lei è stato deciso che tutti i beni incerti vengono confiscati. C’è voluto questo film. E’ importante rendere onore alle persone che hanno fatto scelte difficili. Hanno pagato e sono gli eroi della nostra società. Il cinema d’altronde è la nostra nuova memoria”. Ed è infatti il concetto che ribadiva Giulio Scarpati quando diceva che: “Certi processi che pensiamo siano superati perché li sentiamo anacronistici, poi si ripresentano. Quindi perdere questa memoria è un peccato, perché conservarla ci aiuta ad essere più equilibrati. E ci serve anche spiegare e rivedere il passato per capire perché siamo quello che siamo. Serve anche ricordare queste cose per evitare che si verifichino nel futuro, poi chiaramente sbaglieremo sempre ma ogni tanto qualcuno che ce lo ricordi, fa bene”.

Al discorso si appassiona anche Eugenia Costantini che sostiene che sia un’iniziativa totalmente da apprezzare “soprattutto quando la voglia di ricordare si mischia con l’arte. Questo non è un documentario, è un film, un’interpretazione, di qualcosa di reale. Per cui penso che sia un ottimo spunto e che sia importante, in particolare questo che è cinema nel cinema. Suggerisce delle cose che rimangono e in questo periodo in cui il cinema non è più quello di una volta e le cose sono molto cambiate, è bello, è molto bello. Mentre lo giravamo si sentiva molto l’importanza che Emanuela dava a questa tematica. E’ qualcosa che dà sostanza al film. Il sentimento di fondo è stato il motore di tutto, senza dubbio. Il fatto che Emanuela ci tenesse tanto e che ci fosse della materia dietro, ha reso tutto più poetico”.

E sul filo della poetica non poteva non intervenire Elena Cotta, che aggiunge che in questo modo il film: “diventa una denuncia, un richiamare su di una realtà che alle volte scotta e necessita di attenzione. Non si possono raccontare solo le favole. I film più belli, da che mondo è mondo, sono quelli raccontati – come faceva Chaplin – sotto forma di favola, nei quali c’era una denuncia della realtà”.

“Mi resterà impressa l’arena – conclude Eugenia Costantini -. Ero molto affascinata dalla scenografia del posto. La trovavo molto poetica e delicata. Del film mi è rimasta quell’immagine delicata, quell’arena di Monopoli e quella voglia di far rivivere, di ricordare, un momento culturale che poteva essere morto. Questo mi è rimasto”.

Invece Dil Gabriele Dell’Aiera dice che di questo film: “Mi porto il ricordo di aver avuto l’onore di aver collaborato ad un film di altissimo livello. Mi porto l’esperienza di aver preso una decisione difficile e per questo aver vissuto uno dei momenti più belli della mia vita”.

“Penso che le cose migliori che mettiamo in un film, avvengano in un caso di semicoscienza – dice Laura Morante-. In generale, quando non sai come siano accadute certe cose, si tratta delle migliori che tu possa fare. La volontà esercita un controllo ma le cose più belle si fanno abbandonandosi”. E adesso che il film è finito e Laura stessa si vede sullo schermo, racconta: “Sono strana perché quando vedo un film, all’inizio sono molto contratta ma poi mi dimentico e – al doppiaggio ad esempio – mi dissocio. Quando mi vedo sullo schermo dico ‘Ma lei in questo momento dice così, allora…’ e gli altri mi guardano e dicono ‘Guarda che lei sei tu!’”. Interviene anche Giulio Scarpati che assicura che porterà con sé: “Queste belle registrazioni sui tetti della chiesa con il boom, questo correre dietro al sogno del mio personaggio”.

Giselda sa bene cosa le resterà impresso di questo film, in maniera particolare:Una scena in chiesa, un po’ teatrale, nella quale lanciavo dei fiori. L’ho fatta senza farmi troppe domande. Se mi viene fatta una richiesta, anche strana, mi incuriosisco anche di più. Trovo che intraprendere qualcosa di assolutamente imprevisto restituisca parte del fascino della vita”.

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