5-9 nov 2016 | Grande Festival Internazionale di Cinema e Donne a Firenze | Attesa per L’ETA’D’ORO

Come ogni anno la direzione del Festival è diretto da Paola Paoli e Maresa D’Arcangelo, ma da quest’anno i film verrano presentati al nuovissimo Cinema La Compagnia di via Cavour, 50r di Firenze anziché nello storico cinema Odeon.

C’è grande curiosità e attesa per la regista Emanuela Piovano invitata a presentare il 7 novembre alle ore 21.00  il film “L’Età d’Oro “ versione Director’s cut.

locandina-morante-seduta_w_loghi

Liberamente ispirato alla vita di Annabella Miscuglio, regista militante e televisiva, documentarista femminista, fondatrice del mitico Film Studio. L’età d’Oro ci porta nella vitalissima atmosfera degli anni ’70, piena di utopie e gioiose o sofferte sperimentazioni, ma anche di tanto grande cinema. Punto di vista quello, assai critico, di un figlio.

Emanuela Piovano 

di Paola Paoli

Scuola torinese, ovvero tutto quello che d’innovativo si muove nel cinema italiano d’idee, dalla trasmissione radiofonica di culto Hollywood Party alla direzione dei maggiori festival italiani, Emanuela Piovano è un’instancabile sperimentatrice di soggetti e forme del femminile. Scopre il cinema come allieva di Gianni Rondolino all’Università ma trova un maestro in Paolo Gobetti, con cui inizia a collaborare, negli anni di formazione, all’Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza. Fondatore di «Cinema Nuovo» e primo tra i traduttori dei formalisti russi, critico dell’«Unità», ideatore e direttore del «Nuovo Spettatore Cinematografico» – per inciso anche figlio di Piero, soprattutto esploratore e anarchico – Gobetti le trasmette un’eredità difficile che terrà sempre a mente. Ad esempio, che un archivio è qualcosa che rinnova continuamente il nostro approccio alla realtà e vive della riproduzione di testimonianze che diventano storie e storia, qualcosa di vivo che fa tenere gli occhi aperti sul mondo. Piovano collabora alla realizzazione di filmati didattici, al recupero e alla riedizione di filmati d’archivio e al film Le prime bande (1983) di Paolo Gobetti. Nel frattempo si è inserita nel gruppo dei giovani autori cui il Centro di Produzione Rai del Piemonte, molto attivo sotto la direzione di Cesare Dapino, affida piccoli budget per realizzare corti a soggetto o documentari.

Fedele alla lezione di Gobetti dell’approccio militante al cinema per approfondire soggetti fondamentali per la crescita della società civile fonda, con alcune amiche e colleghe, “Camera Women”, un’associazione che vuole affrontare la relazione tra donne e cinema con lavori collettivi. Dal 1981 al 1987 il gruppo realizza: D’amore lo sguardo (registe a Torino); Il corpo, il gesto, le donne, il cinema; Camera oscura; Milonga de la niña (studio per Marilaide Ghigliano fotografa); Epistolario immaginario. Nel 1984 Emanuela Piovano produce il film della regista varesina Gabriella Rosaleva Processo a Caterina Ross, un lavoro molto sperimentale e apprezzato, ispirato al lavoro di ricerca accademica e femminista sulla stregoneria, in particolare a La signora del gioco di Luisa Muraro. Nel 1987 firma sceneggiatura e regia del cortometraggio prodotto dalla Rai Senza fissa dimora, un bel primo lavoro d’indagine sull’emarginazione per strada, negli anni ‘80 non sempre ricchi e spensierati. L’anno successivo fonda la Kitchenfilm, società che esiste tuttora e che le permetterà di produrre tutti i suoi film, ma anche di offrire, ai giovani che vogliono cimentarsi coi mestieri del cinema, un luogo adatto all’apprendimento di tecniche e stile. A questo proposito, il suo si va delineando e precisando nei vari percorsi collettivi ma appare chiaro ed esplode ne Le rose blu (1989).

La scena è il carcere femminile delle Vallette, dove erano entrate con Anna Gasco e Tiziana Pellerano, su richiesta dalle detenute politiche e comuni per raccontare la loro difficilissima scuola di vita. Girato in 16mm e gonfiato in 35mm, il film inventa un linguaggio straordinario per evadere dagli spazi chiusi: scenette e siparietti, galline e messe in pieghe di fortuna, un mondo escluso che vuole entrare con l’ironia nell’assurdo della quotidianità negata. Quando irrompe il dramma dell’incendio e molte delle protagoniste perdono la vita, il cinema divampa con tutta la sua forza. Le rose blu nasce da questa tragedia ed è tuttora un film di culto sulla realtà carceraria femminile, con la presenza di Laura Betti e Ninetto Davoli a ricordare l’ispirazione pasoliniana del racconto. Lidia, la più forte protagonista della vita sbarrata, spiega cosa sono le rose blu:

“Le rose di solito hanno tanti colori / bianche rosse gialle. / Ma blu, blu fuori non ce ne sono rose blu. / Sono solo chiuse qua dentro. / Fuori passate e ci passate / così noi passiamo inosservate / così per voi. / Eppure io di sera di notte di mattina / io le sento / io sento di notte ogni cuore / ogni cuore di queste mie amiche sento battere / le sento palpitare. / Esistiamo”.

Il film raccoglie un grande consenso critico e vince il Premio di qualità fortemente voluto da Guido Aristarco. Con quei soldi Piovano si accinge a realizzare il suo secondo film, L’aria in testa (1991), soggetto originale di Adriano Belli, titolare insieme a Zlata Potancokova di Airone Cinematografica, una prestigiosa piccola casa di distribuzione che grazie alla doppia nazionalità di Zlata era anche la rappresentante italiana dei film d’autore dell’Est. All’epoca le piccole case di distribuzione cinematografica erano pochissime: Piovano impara dall’Airone il mestiere e si lancia nella distribuzione. Da quel momento, metterà insieme un catalogo internazionale di giovani talenti.

Quando si trasferisce definitivamente a Roma si sente un pesce fuor d’acqua. L’aria in testa, sceneggiato con Dirce Bezzi, allieva di Giorgio Arlorio, mette in scena questo disagio attraverso un linguaggio ancora sperimentale in cui ogni componente della troupe, regista compresa, recita la sua parte. Il film ha una piccola storia di festival che lo amano e lo premiano, ma poche occasioni di incontrare il pubblico cui era rivolta quella storia in tonalità surreale sullo stato di salute del nostro cinema appena prima Tangentopoli. Passano cinque anni e lo scenario muta completamente. L’aria è cambiata e al Ministero dello Spettacolo ci sono buone prospettive per giovani con buon curriculum e voglia di creare nuove storie capaci di attirare il pubblico in sala. Piovano presenta il suo progetto Le complici, tratto dal romanzo di Maria Rosa Cutrufelli Complice il dubbio, un noir che ruota intorno alla morte di un uomo (Urbano Barberini) e al sospetto di assassinio e complicità equamente bilanciato tra due donne diversissime (una brava Antonella Fattori e un’inaspettata Anna Rita Sidoti, campionessa europea e mondiale di marcia, per la prima volta attrice). Il loro incontro arriva fino all’audacia di un bacio. Siamo nel 1998, il film ottiene l’ultimo articolo 28 della storia di questo sistema di finanziamento pubblico ma non il sostegno della Rai, messa in fuga dal lato sulfureo del plot. La KeyFilms di Kermith Smith ne assume la distribuzione.

Nel cinema italiano il miglioramento è lento ma costante, arrivano al Ministero Giovanna Melandri e Rosanna Rummo che non incoraggiano in modo particolare le donne registe ma neppure le ostacolano. Sta di fatto che Piovano gira il suo primo film con un buon budget a Cinecittà dove dirige una troupe di tutto rispetto grazie al fondo di garanzia che si è aggiudicata. Sonia Bergamasco è la protagonista di questa storia di follia, da un soggetto dello sceneggiatore e regista Massimo Felisatti, in cui il rovesciamento rompe molti specchi della psicoanalisi e vede la psichiatra innamorarsi del paziente (Ignazio Oliva) ed entrare in un delirio di passione ultrasregolata. Amorfù del 2003 è distribuito, come il precedente, dalla Key Films. Con successivo Le stelle inquiete (2011), Piovano torna a girare in Piemonte, nel paesaggio ordinato e sensuale dei vigneti. In questo set assai accogliente, che simula quello del Sud della Francia in cui è ambientata la storia, si nasconde la filosofa ebrea Simone Weil. Due mesi soltanto di tregua negli anni terribili della seconda guerra mondiale, mentre incalza la persecuzione degli ebrei e la Francia è occupata dai tedeschi. Il film mette la grande filosofa mistica del Novecento in una situazione che ne rivela il carattere: l’incontro con Gustave Thibon, vignaiolo, attratto dalla fama di studiosa della Weil, le apre nuovi spazi di vita attiva. Diventa amica della coppia così ben assortita che Gustave forma con Yvette e persino del nonno Pepè, intreccia con loro una relazione piena di chiaroscuri ma altrettanto umana, calda, vera, che arricchirà la sua teoria e la convincerà a lasciar loro la sua preziosa eredità che diventerà il testo a cura di Thibon L’ombra e la grazia. Anche una filosofa, persino quella con più sete di assoluto, conta sul suo corpo per esprimere, attraverso pensieri e parole, la sua idea di mondo. Finanziato col nuovo sistema Tax Credit, con il sostegno del Media Development Found e della Film Commission Piemonte, il film è distribuito dalla Bolero Film.

Tratto da: Quaderni del CSCI – Rivista annuale di cinema italiano 2015

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...