LA CLIP ” LE FEMMINISTE” PER CELEBRARE LA FESTA DELLA DONNA

8 Marzo 2017 
In occasione della Festa della donna vi presentiamo una clip 
inedita per celebrare la figura di Arabella - interpretata 
da Laura Morante Web - una persona combattiva che ha lottato 
per quello in cui più credeva

 il cinema e l’affermazione dei diritti delle donne


L'inedita versione Director’s cut,  del film " L' età d'oro" ora 
disponibile in DVD con CG Entertainment contiene 4 minuti in più, 
oltre ad avere un montaggio alternativo, rispetto alla versione 
presentata in sala.
Dedicata alle ragazze di ieri e alle donne di oggi e di domani!
"Dobbiamo smettere di avere paura"

 

 

 

NOVITA’ IN ARRIVO… L’ETA D’ORO EDIZIONE HOME VIDEO CG ENTERTAINMENT

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Da domani 7 Marzo 2017 sarà disponibile in Home Video ill film L’età d’oro – Director’s Cut di Emanuela Piovano con Laura Morante, in un nuovo montaggio a cura della stessa regista, in cui sono recuperate alcune delle scene del lavoro di gruppo della cineasta Annabella Miscuglio tratteggiata da Laura Morante, oltre ad alcune scene in cui è più intensa la presenza di Giselda Volodi.

In generale, in questa occasione, la Piovano ha inteso fornire una sua versione della storia meno drammatica e più rievocativa del periodo e delle persone raccontate nel film. Le due versioni del film conviveranno nell’edizione homevideo, che sarà acquistabile su CG Entertainment http://www.cgentertainment.it/film-dvd/leta-doro/f21527/

http://www.cgentertainment.it/news/letdorodiemanuelapiovanoindoppiodvd/

“Una coincidenza perfetta tra forma e contenuto, uno charme retrò che intenerisce e commuove.” Mymovies.it

“Sognare davanti allo schermo era un modo di aprire gli occhi e farli guardare lontano, molto oltre ogni film.” Il Manifesto

“Annabella Miscuglio, un nome che è quasi un destino per una vita tumultuosa che riassume tutte le utopie e le gioiose follie degli anni 70. “ Il Messaggero

L’ETÀ D’ORO | Festival International du Film d’amour de Mons

10 -17 febbraio 2017

http://www.fifa-mons.be/fr/films/l-eta-d-oromons

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Laura Morante, Dil Gabriele Dell’Aiera
locandina-mons-2BELGIO - La regista Emanuela Piovano   
presenta il suo film 
L’ETA’DORO selezionato nel 
“Panorama du Cinéma Italien” 
per l'edizione del 
33° Festival International du Film d'amour de Mons

L’ETÀ D’ORO | EVENTO SPECIALE 2016 | FESTIVAL INTERNAZIONALE CINEMA E DONNE

Evento speciale del Festival è il director’s cut di Emanuela Piovano, “L’età d’oro”

Lunedì 7 novembre.
Ore 21. Cinema La Compagnia – Firenze Via Cavour, 50r

locandina-cinepresa_w_loghiL’età d’oro è la scommessa cinematografica più impegnativa di Emanuela Piovano. Portare sullo schermo una figura centrale della scena romana degli anni 70 e 80, tra cinema sperimentale e femminismo nascente, Annabella Miscuglio, senza fare un biopic e neanche un documentario.

Annabella Miscuglio è stata l’ideatrice e la fondatrice del mitico Filmstudio di Roma. Ha realizzato inchieste, storiche e molto censurate, come Processo per stupro e A.A.A. Offresi su violenza e prostituzione.

Documentarista e sperimentatrice di nuovi linguaggi visivi organizzò, assieme a Rony Daopoulo il primo Festival di Cinema e Donne italiano: Kinomata.

A questo personaggio multiforme e affascinante, Emanuela Piovano si ispira per un film, poetico e sorprendente, in cui un figlio adulto, ancora ribelle nonostante la morte della madre, ne incontra l’ombra né triste né tragica e con essa discute e si riconcilia. Arabella/Annabella, una Laura Morante ironica e seduttiva, rievoca lo stile divita molto libero e creativo, comune al mondo scatenato dell’underground che il bambino di allora rifiutava e ora finisce per capire.
Siamo, però in Puglia e non a Roma e il discorso comprende il passato ed il presente di molti che, amano il cinema e continuano a credere nei loro sogni.

Director’s Cut del film “L’ETA’ D’ORO”| Festival Internazionale di Cinema e Donne


Comunicato stampa del 25 ottobre 2016  Studio PUNTOeVIRGOLA

festivalcinemaedonne-2016L’età d’oro di Emanuela Piovano al Festival Cinema & Donne di Firenze e poi in Homevideo

Alla 38a edizione del Festival Cinema & Donne (5 – 9 novembre), presentata a Firenze, sarà proposto il film

L’ETÀ D’ORO

di Emanuela Piovano con Laura Morante, in un nuovo montaggio a cura della stessa regista, in cui sono recuperate alcune delle scene del lavoro di gruppo della cineasta Annabella Miscuglio tratteggiata da Laura Morante, oltre ad alcune scene in cui è più intensa la presenza  di Giselda Volodi.

In generale, in questa occasione, la Piovano ha inteso fornire una sua versione della storia meno drammatica e più rievocativa del periodo e delle persone raccontate nel film.

Le due versioni del film conviveranno nell’edizione homevideo, che sarà in vendita nei prossimi mesi.

L’ETA’ D’ORO | 1° RASSEGNA IL POSTO DELLLE FRAGOLE | BELLINZAGO NOVARESE

moviepiucineforumCINEFORUM F.I.C. e MOVIEPIU’ –  1° RASSEGNA 23° EDIZIONE 2016-2017 – Il POSTO DELLE FRAGOLE –  MULTISALA MOVIE PLANET Giovedì 20 ottobre 2016   BELLINZAGO NOVARESE  Proiezione del film L’età d’oro di Emanuela Piovano

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Sinossi 

Al principio e in conclusione, un’auto arriva e un’auto se ne va. All’inizio tra le prime luci dell’alba; alla fine in piena notte. In entrambi i momenti sul parabrezza scorrono non solo il riflesso dell’asfalto, del paesaggio e delle luci artificiali, interne o esterne all’abitacolo. Sulla superficie del vetro si avvicendano pensieri, visioni e memorie del protagonista, il giovane architetto Sid. Nell’incipit possiamo immaginarli. Nello scioglimento si mostrano come immagini proiettate. Tra questi estremi, e tra le loro potenziali differenze, sta la scommessa del sesto film di Emanuela Piovano: può il ricordo incidere sulla scorza impenetrabile di un presente assoluto? O, più semplicemente: i valori del passato, oltreché sconfitti, sono anche irrimediabilmente perduti ed inutili?

L’utopia in discussione Alberto Zanetti

L’età d’oro è dedicato ad Annabella Miscuglio (1939-2003), che nel film diventa Arabella, figura rilevante della scena intellettuale tra anni Sessanta e Ottanta. Innanzitutto per l’attività svolta nell’ambito del Filmstudio, il cineclub di Trastevere avanguardia della cinefilia italiana. Poi per la militanza, in particolar modo nei movimenti femministi: sua, ad esempio, l’ideazione del festival “Kinemata. La donna del cinema”. Infine per la carriera di cineasta, prima da posizioni sperimentali, successivamente in televisione con la partecipazione a numerosi progetti innovativi come, ad esempio, Processo per stupro, girato nel 1978 nel tribunale di Latina. Il suo nome è legato peraltro al caso controverso di AAA offresi (1981), ritratto del mondo della prostituzione che destò scandalo ancora prima dell’uscita, fu bandito dalla RAI e costò alle autrici (oltre a Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis e Loredana Rotondo) un lungo e doloroso procedimento penale.

Il film nasce proprio a partire da un libro, L’età d’oro – Il caso Véronique di Francesca Romano Massaro e Silvana Silvestri, che ricostruisce contesto, sviluppo e conseguenze della vicenda giudiziaria. In generale, Miscuglio rappresentò un punto di riferimento per la scena culturale romana. Così la definisce uno dei personaggi del film: «L’opera di Arabella è sempre stata al pari della vita. Le piace depistare lo spettatore sottoponendolo a terapie di puzzle e cacce al tesoro». La sua casa era meta di artisti, intellettuali, giovani. Tra essi anche Emanuela Piovano, proveniente da Torino, che con questo film omaggia un’amica e maestra. Lo fa distanziandosi dalla realtà metropolitana e sfumando i riferimenti troppo stringenti all’attualità e alle biografie individuali.

L’età d’oro inizia con il ritorno di Sid nella cittadina della costa pugliese dove la madre Arabella si è esiliata – o è stata esiliata – ma in cui ha mantenuto la passione di un tempo costruendo e animando una sala cinematografica. Arabella è morta: amici e collaboratori si danno appuntamento per ricordarla. Più che a una storia, il film si affida così a una successione di incontri, attese, confessioni. Il passaggio da una situazione all’altra è sottile, talvolta accennato e subito interrotto, come suggerisce anche la colonna sonora di Franco Piersanti.

Il “regno” di Arabella (la sala cinematografica) è una città nella città. Quello che la circonda non riesce a penetrarla, giustapposto al pari delle inquadrature fisse che rivelano la composizione di interni ed esterni. Come se tutto (la Storia) fosse già accaduto e i personaggi si limitassero a vivere traiettorie parallele prive di sintesi: Jean si avventura in affari poco trasparenti, Bruno ha scelto di diventare magistrato per fare carriera e allontanarsi dai guai dell’impegno politico, don Sandro sembra indeciso tra la vocazione per Cristo e quella per il cinema, l’assistente Vera ha un ruolo indefinito: segretaria, studente, cineasta (insomma, una giovane di oggi), la giornalista Rosaria non riesce a liberarsi da entusiasmi, traumi e sconfitte della trascorsa militanza.

Se le cose non possono essere attraversate o colte in profondità, nondimeno ci si può ancora aggrappare alle loro superfici. E a quella per eccellenza: lo schermo. Nel mattino del suo arrivo Sid vede se stesso bambino proiettato nell’arena in un vecchio film della madre. E nel corso della giornata gli schermi si moltiplicano: moviole, smartphone, monitor di computer, pellicole, il parabrezza dell’auto di cui si accennava all’inizio. Le immagini sono autobiografiche e sperimentali. Richiamano il cinema underground, ma anche la “facilità” del digitale odierno. Anzi, in questo “incontro” tra la sperimentazione di un tempo e la quotidianità tecnologica di oggi sembra possa instaurarsi un dialogo, quasi che il cinema sopravviva alle sue mutazioni insieme agli esseri che continuano ad amarlo.

La cittadina si trasforma così in una utopia realizzata di “cinema diffuso”, memore delle intuizioni di Rossellini e Zavattini. Ma è un’utopia malinconica. Più che dalla vita il “paese del cinema” è abitato da fantasmi e ombre. A partire proprio da Arabella. Essa appare al figlio. Dialoga con lui. Cerca di recuperare il tempo perduto dandogli “lezioni di sguardo”. L’età d’oro è anche un film del lutto e della perdita. Diverse sequenze in interni – in prevalenza nella residenza di Don Sandro dove, in un certo senso, Arabella si è reclusa – esplorano le gradazioni della penombra che, se talvolta rivelano, più spesso nascondono; un’atmosfera accentuata per contrasto dalla solarità mediterranea e dal bagliore dello schermo.

In questa continua transizione tra luce e oscurità sta la chiave di una narrazione costruita su passaggi, trasalimenti, fratture: se il cinema è come la vita, anch’esso non avrà chiusura. Ed è probabilmente su questo aspetto che non riescono a conciliarsi i sopravvissuti. Forse perché non colgono che esso è, al medesimo tempo, una possibilità e un limite: possibilità di assecondare il divenire delle cose, ciò che accade, e cioè di essere liberi, aperti, ricettivi; limite di una condizione dove ogni legame si dissolve e nulla resiste agli aspetti “negativi” del cambiamento. Il destino della generazione che in questo film si interroga è forse proprio quella di un’oscillazione paradossale tra il desiderio di vivere al di là di qualsiasi compromesso e la tentazione, continua, di ricadervi.

 Nelle ultime parole che Arabella rivolge al figlio si affaccia la maturazione di questa consapevolezza: «Per me è troppo tardi per riparare agli errori che sicuramente ho fatto. Ma sono sicura di una cosa, cioè che noi ti abbiamo dato qualcosa che non dovresti sottovalutare. Noi ti abbiamo dato uno sguardo. Ti abbiamo insegnato a guardare il mondo conservando la capacità di stupirti ed emozionarti». Sid abbandona la serata che la cittadina dedica alla madre: non sappiamo se lo scambio generazionale si compia.

Ovvero se il cinema e la cultura siano ancora in grado di

assolvere quella funzione “genitoriale” nei confronti dello spettatore e del cittadino un tempo rivendicata da Truffaut e Daney.

Queste tematiche, in fondo, si riflettono nel titolo stesso. Che cos’è “L’età d’oro”? Naturalmente si tratta del leggendario film di Buñuel del 1934 che si dovrebbe proiettare nella veglia. Il riferimento è chiaro: come il capolavoro dello spagnolo fu per anni vietato per offesa al pudore e alle istituzioni, così la vita di Arabella/Annabella è stata segnata dalle persecuzioni: la storia “novecentesca” del cinema è stata anche un “martirologio”, osservava Deleuze. E un sentore di sacralità, o di un’interrogazione su di essa, pervade diversi punti del film.

Ma il richiamo all’avanguardia costituisce anche una scelta di campo per un’arte capace di sovvertire lo stato delle cose o anche, solo di farle scartare, in un attimo decisivo, dall’ordinario: «Trasformare il mondo, cambiare la vita». Il surrealismo, di marca “lieve” e grottesca, da Buñuel seconda maniera, sembra più volte affiorare: si pensi all’apparizione del critico Adriano Aprà che viene trasportato su un motocarro per le strade della città; o alla figura interpretata da Elena Cotta, un’anziana divisa tra la passione per il cinema e la rivendicazione dei diritti di proprietà usurpati dallo schermo dell’arena che le impedisce di vedere l’orizzonte. Lo stesso corteo che ha per meta la sala cinematografica può ricordare il funerale irriverente e dadaista di Entr’acte. La pellicola di Buñuel però non si trova: il cinema del passato forse è irrecuperabile.

Nella serata conclusiva viene così proiettato una sorta di documentario fatto di interviste ad Arabella e ai frequentatori della sua sala, rappresentanti di un pubblico trasversale in fase d’estinzione (l’intellettuale, l’ignorante, il frivolo…) che un tempo si sarebbe definito “popolo”. “L’età d’oro” è allora quella che abbiamo alle spalle? Se anche così fosse non è detto che la meditazione su di essa sia vana. Il ricordo riguarda la dignità, è qualcosa di minimo ma tenace come per il vecchio Miralles del romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas che ricorda i giovani caduti con lui sui fronti di Spagna, dell’Africa, delle Ardenne: «… perché, sebbene siano morti da sessant’anni, non sono ancora morti del tutto proprio perché lui si ricorda di loro. O forse non è lui a ricordarsi di loro, ma sono loro che si aggrappano a lui, per non essere del tutto morti». La nostalgia può essere anche un valore o l’indizio di qualcosa che continua a resistere.

La camera oscura e la bacchetta del rabdomante Intervista a Emanuela Piovano

– Arabella come Annabella Miscuglio. Come e in che “seguito” hai vissuto questo eccezionale personaggio?

– Negli anni Ottanta appena laureata venivo sempre in “missione” a Roma mandata da Paolo Gobetti che per risparmiare mi faceva prendere la cuccetta in treno andata e ritorno. Daniele Segre a Salsomaggiore 1982 mi aveva presentato Annabella cui il Festival aveva dedicato ampio spazio con il loro I fantasmi del fallo e Maschi si nasce non si diventa. Il gruppo (lei, Roni Daoupoulos e altri) era appena reduce dallo scandalo di AAA Offresi. Io avevo appena iniziato la mia “carriera” (meglio dire avventura) aiutando Gabriella Rosaleva a montare il suo Processo a Caterina Ross. Così facemmo amicizia e quando andavo a Roma mi fermavo sempre da lei e da suo figlio Piero, proprio sopra al Filmstudio che all’epoca era chiuso.

– Il film si svolge in Puglia, dove Arabella aveva costruito un’arena e formato un cineclub. Perchè non la Roma del Filmstudio?

– Perché non abbiamo voluto fare una biografia o una ricostruzione. Abbiamo decalato anche gli anni (oggi Annabella avrebbe quasi ottant’anni, la nostra Arabella ne ha cinquantasette-cinquantotto) e immaginato un personaggio come ce ne sono ancora molti sparsi per il Paese, soprattutto nelle provincie, perché nei centri urbani il fenomeno dei cineclub è davvero finito. In questi anni ho avuto il piacere di accompagnare i miei film nelle più remote contrade dove scoprivo ogni volta un’eccellenza e una passione che ritengo saranno il motore di un rinnovamento.

– Puoi dirmi qualcosa sull’eclettico impegno della Miscuglio, sul suo talento professionale, sulle sue debolezze…

– Annabella era figlia del suo tempo. Il centro sperimentale all’epoca era praticamente in dismissione dopo le contestazioni del ’68, Marco Ferreri lo dirigeva con una certa apertura anche ai non iscritti, Annabella e Roni erano molto legate a lui. C’era una grande contaminazione di linguaggi ed esperienza. Sul piano filosofico era una seguace di Raoul Vaneigem, che aveva tradotto. La vita innanzitutto doveva essere rivoluzionaria, l’arte ne sarebbe stata l’espressione o, meglio, la testimonianza. La debolezza forse era un po’ di dispersione, una quasi allergia a voler portare a termine i progetti che restavano per lo più aperti. Ma anche questo, secondo me, era una caratteristica della cultura dell’epoca.

– Ho avvertito, nel film, echi di Vertov (le “poltrone magiche” dell’arena) o del Wilder di Che cosa è successo tra tuo padre e mia madre (Avanti!)… davvero, come mi hai detto en passant, non ci avevi pensato? Ci sono altri richiami?

– Confermo, ma certo Vertov è dentro di me. Durante i miei anni all’ANCR ho potuto cibarmi di una straordinaria collezione di classici che Gobetti faceva maniacalmente registrare a noi giovani dalle televisioni.(era l’epoca dei ladri di cinema). Un archivio che né l’Università né altri enti avevano. Non c’erano neppure i vhs e le registrazioni venivano fatte su Betamax. Poi toglievamo pazientemente tutti gli inserti pubblicitari… pertanto sì penso che il film contenga comunque l’idea che questa elegia come tu giustamente la chiami sia anche un’elegia ai vari linguaggi del cinema.

– Mi colpiscono, in L’age d’or, il vuoto e il disadorno. Un vuoto liricamente celebrato negli esterni di paesaggio, e invece dimesso negli interni: pochi primi piani, prospettive d’ambiente allungate… un disadorno insistito, appunto…

– Sì l’idea centrale è il tema della camera oscura, quella che già i rinascimentali usavano e che quindi preesiste all’invenzione del cinema. Questo perché il tema del film è l’apparizione: la madre che non c’è, il ricordo di sé quando si ritrovano le cose che eravamo e non siamo più, come i filmini di famiglia. Mi piaceva pensare che noi attaccavamo la macchina da presa con un tempo di esposizione abbastanza lungo affinché dall’oscurità potessero apparire forme. Se vuoi è anche il Mito della Caverna… ovvero mentre il tempo presente può permettersi una camera partecipe, indagatrice, pedinante, il tempo del passato mi sembra debba essere quello dell’attesa. E poi credo sempre che la Camera sia un po’ la bacchetta del rabdomante e più sta ferma più si accorge se c’è acqua da qualche parte!

– La frantumazione. Il tuo mi sembra un film che la subisce consapevolmente e ne fa motivo sia tematico che stilistico: tanti schermi, di formato diverso, tante contaminazioni. Poi il titolo giusto e il film sbagliato, la proiezione in pieno giorno…

– Sì appunto, la frantumazione era anche la cifra dell’underground, anche se volutamente non l’abbiamo portato sul piano delle associazioni libere… ipnagogiche, eccetera… ma abbiamo ricondotto tutto all’infanzia. Perché oggi l’underground suona un po’ intellettualistico, mentre forse il fanciullino che è in noi può meglio raccontare le paure, l’irritazione e di conseguenza lo scandalo che non smettono di dettare ancora oggi tutte le azioni (artistiche o non artistiche) votate alla passione, e quindi al disordine, alla sperimentazione, agli aspetti oscuri della storia, come le madri ad esempio, o le censure. La proiezione in pieno giorno si contrappone al buio dell’apparizione della madre fotopatica. È come dire: il ricordo si costruisce di notte, nel buio, nell’attesa, ma la sua restituzione è una festa, è nel sole, deve vedere davanti a sé e non soltanto rivolgersi all’indietro. Il cinema cui in questo film si rende omaggio è un film dell’inconscio che però guarda avanti e ne fa un motore di rivoluzione.

– Come hai organizzato il lavoro con Franco Piersanti? Le sue musiche, come spesso accade, mi sono parse eccellenti, specie nel momento in cui si “frantumano” a loro volta, cioè quello della celebrazione funebre in arena.

– Franco ha lavorato in parallelo e prodotto delle musiche molto libere e molto sperimentali, quasi stravinskiane. Personalmente ho ancora forzato di più la mano e le ho montate per contrasto invece che per somiglianza. Così ad esempio il funerale ha una musica che Franco aveva pensato per la scena del giocoliere, quella su cui avevamo montato la vera musica cui la scena si ispira e che è Les Enfants du Paradis. Ma io volevo che il funerale fosse giocoso, un po’ come Entr’acte di René Clair cui la scena è ispirata.

– E con gli altri collaboratori: sceneggiatori, scenografo, direttore della fotografia, del montaggio? – 

Con gli sceneggiatori abbiamo fatto un lavoro molto affascinante ma anche molto difficile. Abbiamo iniziato a buttare giù cose soprattutto con Silvana Silvestri, che aveva frequentato Annabella prima e più di me, come a snocciolare un album di ricordi. Poi Gualtiero Rosella su nostra indicazione ha cercato di trovare un’unità narrativa più moderna, relazionale, lui ha molto lavorato sulle relazioni. Con lo scenografo abbiamo lavorato per sottrazione, come avete rilevato. Proprio per questo discorso dell’assenza, perché di fatto ci troviamo con un personaggio che è assente. Laura Morante incarna un personaggio disincarnato, esistente solo nel nostro ricordo. E questa possibilità ci è offerta soltanto dal cinema. Ma tuttavia bisognava dare un segno di disincarnazione, e quindi ad esempio Dil Gabriele che interpreta il figlio non la guarda mai negli occhi, ci sono piccole indicazioni sotto traccia sia nella recitazione che nella scenografia che indicano una non presenza di quella presenza, pertanto il figlio a tratti quasi le passa attraverso, e lei esce dall’ombra. Come dire è la camera oscura che pian piano rileva i dettagli, forse ci mette in comunicazione con essi senza che noi li avvertiamo nello spazio reale. Con la fotografia abbiamo lavorato unicamente con luci naturali. Ogni scena ha una luce diversa dettata dalla lampada esistente scelta con lo scenografo. Abbiamo immaginato il personaggio di Arabella come allergico alla luce, una specie di Euridice o di regina della notte, e questo sempre per questo omaggio al cinema inteso come la luce senza la quale non ci sono forme. Infine il montaggio: Roberto ha voluto costruire un’ulteriore gerarchia e portare in primo piano il rapporto madre figlio, che per noi era soltanto una spina dorsale da cui si dipanavano a raggiera le storie parallele degli altri personaggi. Io ho condiviso questa scelta in nome di un’ulteriore dato di modernità: il fatto cioè che oggi un film debba comunque lavorare molto sulle emozioni.

(Intervista a cura di Tullio Masoni)

AGISCUOLA consiglia il film “L’età d’Oro”

logo_agiscuolaIl film L’età d’Oro di Emanuela Piovano è stato scelto dall’AGISCUOLA come film di alto interesse culturale e didattico. La visione è consigliata agli studenti delle scuole.

Manifesto l'età d'oro
Manifesto l’età d’oro

https://agiscuola.it/chi-siamo.html

https://agiscuola.it/schede-film/item/567-l-eta-d-oro.html

Riportiamo gli spunti di riflessione

di Rossella Chiovetta

1) Nel film “L’età d’Oro”, Don Sandro è il prete del paese di Monopoli. In gioventù era stato un cinéphile, amico di Arabella.

DON SANDRO -“Questo è vangelo”- Eppure c’è un’altra verità: quella del cuore… –

Il Vangelo ha subito tante stesure e censure.

La verità è una sola o possono essercene diverse ?

2) Nel film “L’età d’Oro”, Arabella è stata regista, ma ora vive da Don Sandro. Gestisce un’arena sul mare, proprio di fronte la chiesa. Insieme a Don Sandro, Vera, la sua giovane assistente e Alberto, il proiezionista dell’arena, hanno una missione importantissima da compiere: continuare a far vedere i nuovi e vecchi film come “L’Age d’Or” del regista Luis Bunuèl di cui preparano una rassegna e, nel contempo, riversare tutto l’archivio cinematografico di Arabella. Un archivio cinematografico è un patrimonio. Sei d’accordo sull’importanza che ha il recupero e la conservazione per la nostra memoria?

3) Nel film“L’età d’Oro”, Sid è il figlio di Arabella, abita al nord ed è tornato a trovare la madre. Durante il viaggio, nel ritrovare i vecchi luoghi, si chiede che bambino sia stato. Nei ricordi sente la voce della madre che gli dice che era stato un bambino magnifico. Ricordi che bambino/a eri tu? E se sei ancora un bambino, secondo te, quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti?

4) Nel film, Sid incontra i vecchi amici della madre, facevano parte della sua famiglia e lavoravano tutti per la passione del cinema con a capo Arabella. Ora però hanno tutti diverse professioni: Rosaria fa la giornalista, Jean, l’investitore finanziario e Bruno è magistrato. Sid si rende conto che era geloso della madre e che per questo se era andato.

– Hai mai provato gelosia per tua madre?

– Ti sei mai chiesto se è felice?  Se ha dei rimpianti?Pensi che ti ami abbastanza?

– Pensi che sia una buona madre?

5) Negli anni passati, molti sono i giovani che hanno lottato per la libertà. Cosa ne pensi del ’68 e dei movimenti di contestazione di quel periodo? In “L’età d’Oro”, Arabella credeva nel cinema come trasgressione e protesta non violenta. Secondo te il cinema può essere una forma di protesta?

6) Nel film “L’età d’Oro”, Arabella faceva parte di un collettivo femminista. Qual è la tua opinione sul femminismo? Le femministe sono state considerate da molti, streghe brutte e cattive. Da altri, donne che hanno avuto il coraggio di cambiare la storia. Qual è la tua opinione?

7) Arabella, nel film, viveva insieme ai suoi amici, amandoli tutti e tutte come in una comune. Sid ne era gelosissimo e dubita ora persino sulla sua assistente, Vera che ha una venerazione per sua madre.

– Ti darebbe fastidio vivere in una famiglia così?

– Hai mai sentito parlare di coppia aperta?

– Pensi sia possibile avere due padri o due madri?

– Può essere un arricchimento o sottrazione dell’affetto? Sai cosa sia una comune?

8) Nel film “L’età d’Oro”, Sid rimprovera la madre che non è riuscita a tenersi con sé il padre, anziché la corte dei miracoli, cioè gli amici che gli hanno fatto da padre. Ma il padre di Sid, un sassofonista che non amava il figlio, ha preferito andare via per seguire il suo sogno di musicista. Allora è giusto che Arabella abbia fatto crescere Sid in mezzo ai suoi amici?

9) Sid ha sempre rimproverato la madre per il tempo dedicato alla sua passione e non al suo ruolo di genitore. Conosci qualcuno che sia riuscito a coniugare una vita familiare ed essere un artista/regista? Credi che essere un artista/regista possa essere in contrasto nell’avere una famiglia? Pensi che una donna debba fare solo la madre?

10) Quante registe conosci? Conosci la regista Annabella Miscuglio? Nel film “L’età d’Oro”,  Rosaria e Don Sandro discutono sulla scelta di far proiettare nell’Arena “l’Age d’Or” per la rassegna dedicata al regista Buñuel.

ROSARIA – Io lo so bene cosa voleva fare Arabella, “L’Age d’Or” per parlare di censura…Come quella che lei ha subìto per tutti questi anni… cos’è la censura?

11) I film dal 1961 vengono valutati dalla Commissione ministeriale di revisione delle opere cinematografiche che ne giudica l’adeguatezza alla morale del tempo.

– Secondo te la morale è un entità assoluta o relativa alla propria epoca?

– Uno dei più importanti nostri politici, Giulio Andreotti, sosteneva che i “panni sporchi si devono lavare in famiglia”. Secondo te è giusto che un opera metta in luce anche aspetti scabrosi o rappresenti, nelle immagini, la povertà di un paese?

12) Nel film “L’età d’Oro”, VERA – Che differenza c’è spiare e fare cinema verità?Secondo te?

13) La generazione precedente alla tua, costata tanta fatica di chi ha lottato per cambiare le cose, la ritieni solo passata? Le sue idee seppur differenti delle tue possono essere costruttive anche per la tua generazione?Nel film “L’età d’Oro” – SID – “Ma abbiamo chi? Ma di chi parli? Tu e i tuoi amici? Tu e la tua generazione? Noi facciamo quello che possiamo, non quello che scegliamo di fare! Perché voi questo privilegio ce lo avete tolto”. Ha ragione Sid?

14) Nel film “L’Eta d’oro”, il figlio Sid è un giovane rigido e disilluso, vive solo del suo lavoro perché altrimenti non riesce a fare la spesa per la famiglia. In questa generazione della crisi, molti giovani sono disoccupati e molti non hanno un lavoro sicuro. Cosa ne pensi?

15) Bruno nel film “L’età d’Oro” si occupava dell’audio, era il cosiddetto “rumorista” del gruppo, ha poi ha lasciato il suo sogno per fare il magistrato. I giovani, oggi, avranno il tempo per sognare o inseguire una passione?Si possono ancora realizzare i desideri?  I sogni dei giovani vanno sostenuti?

16) Arabella nel film “L’età d’Oro” tiene in piedi, con passione, la vecchia arena cinematografica dedicandole tutta la sua vita. Ispirato a Annabella Miscuglio, fondatrice di Cinema Filmstudio nel 1976. Con l’avvento dei cinema Multisala e dei Multiplex , molte di queste realtà hanno chiuso. Per reggere la concorrenza i gestori dei cinema hanno dovuto inventare di tutto: iniziative culturali, pomeriggi speciali, rassegna serale dei film d’Essay… Qualche sala sta riaprendo ed hanno già un pubblico di affezionati. Non credi che il Ministero dei beni e delle attività culturali debba fare accordi con i gestori di queste piccole sale per la programmazione di grandi film di tutte le epoche anche per la scuola?

17) Molti ragazzi non conoscono L’”age d’or” di Bunuèl, ma neanche altri registi molto importanti della storia del cinema. Cosa si può fare ? E’ giusto che il cinema venga studiato già nella scuola dell’obbligo?

18) Nel film, Vera, prendendo esempio da Arabella, sua maestra di cinema, ha fatto tantissime ricerche, restaurato vecchie pellicole e tante, tante, interviste. Ha intervistato persino gli spettatori che andavano a vedere i film nell’arena. Dopo un laborioso montaggio è riuscita a fare un unico video. Che sarà poi il video che verrà  proiettato nell’arena per il funerale di Annabella al posto del film “L’Age d’Or “che non si trova.  Il cinema è presente, è ricordo. E’ giusto fare come Vera per raccoglierne l’eredità? I mezzi e la tecnica per fare cinema sono cambiati, siamo passati dal superotto al 36 mm, al digitale o al cellulare, ma non cambia mai lo scopo: raccontare le lotte, le speranze e i sogni. Secondo te è una forma d’arte che durerà per sempre?

L’ETÀ D’ORO | LA SCENEGGIATRICE FRANCESCA ROMANA MASSARO HA INTERVISTATO IL CAST DEL FILM

 

Il cast del film si confronta (Laura Morante, Dil Gabriele Dell’aiera, Giulio Scarpati, Gigio Alberti, Stefano Fresi, Eugenia Costantini, Pietro De Silva, Giselda Volodi e Elena Cotta)

GLI ATTORI D'ORO

Uno sguardo dietro allo schermo 

di Francesca Romana Massaro

Hanno preso parte al film “L’Età d’oro” e però, come spesso capita, non sono mai stati contemporaneamente tutti in scena. Abbiamo deciso quindi di riunirli qui, in un dibattito serrato sul cinema e sul significato che questo film ha avuto per ognuno di loro.

E’ interessante vedere i motivi che hanno convinto gli attori a prendere parte a quello che era nato come un piccolo progetto indipendente e che poi si è trasformato in un film dal cast stellare.

Racconta Laura Morante, protagonista e prima attrice alla quale è stata presentata la sceneggiatura: “E’ un film che mi è sembrato da subito molto originale e si sentiva che l’argomento non era pretestuoso! Anche quando poi l’ho visto sul grande schermo, si percepiva che, oltre ad un film riuscito, fosse simpatico”. Di approccio completamente differente, il più giovane del gruppo e coprotagonista, Dil Gabriele Dell’Aiera, che confida “Quando ho cominciato a leggere la sceneggiatura avevo già in mente di rifiutare l’offerta. Ero a Londra e avevo un lavoro presso una meravigliosa azienda multinazionale che combinava le mie competenze artistiche con il mio interesse per la tecnologia. Pensavo davvero di aver raggiunto una quadra. Poi pagina dopo pagina, il dubbio cominciava a salire, era come una battaglia interna tra la passione e la ragione. Ho passato giorni durissimi e sentivo che Sid faceva parte anche un po’ della mia vita… com’è finita la battaglia, è storia nota!”

Anche Dil Gabriele Dell’Aiera è dell’avviso di Laura Morante: “Si sente che c’è una partecipazione emotiva della regista a questa storia. C’è un’emozione sua che passa e che si trasmette allo spettatore”.

Ciò che ha colpito in maniera particolare tutti coloro che hanno lavorato a questa pellicola, pare sia proprio una questione di metacinema. “Parlare di cinema è bellissimo – afferma Stefano Fresi -. Il fatto di fare una storia con il mezzo attraverso il quale la racconti, è sublime. Se il cinema è la nave, essere il timoniere che fa vedere il film agli altri è divertentissimo”.

Il sapore di un’epoca andata ma non dimenticata, ha accompagnato la troupe in questa enorme avventura e discorsi che un tempo erano in auge, sono ritornati ad affiorare sulle labbra degli interpreti.

“Il tema dei cineclub e delle sale all’aperto è un elemento – racconta Giulio Scarpati – che conoscevo bene. Siamo una generazione cresciuta lìdentro. Penso a Roma al cineclub Tevere, all’Azzurro Scipioni o al Filmstudio, che erano proprio quei luoghi nei quali vedevi film che magari non circuitavano nelle altre sale. Ricordo quel clima e il tema del film mi sembrava molto in sintonia con le esperienze che avevo avuto. Tante volte ho pensato di aprire un cineclub o un teatro però chiaramente essendo un artista, mi mancava sempre chi faceva il progetto economico. E quando metti in piedi certe attività, devi tener conto di tutto gli aspetti per non fare una cosa esclusivamente velleitaria. Poi non so se sarei neanche in grado di gestirlo”. Non è l’unico, Giulio Scarpati, ad aver fatto un pensiero simile. Lo stesso Stefano Fresi racconta che gli piacerebbe tantissimo aprire un cineforum e “alcune volte ho organizzato delle proiezioni con degli amici in cui chiunque era libero di portare qualunque tipo di film, purché circostanziasse la sua scelta all’inizio della proiezione. Poi se ne parlava tutti insieme. E’ anche un modo di conoscersi”.

Chi ha vissuto gli anni ’70 e ’80 nel magico mondo del cinema e del cinema sperimentale, conosce bene le atmosfere raccontate dal film, a partire dai riferimenti cinematografici, per arrivare fino alle comuni.

“Leggendo la sceneggiatura, mi ha ricordato molto il cinema francese, quello tipico degli anni ’70 e quello che in quel periodo era già il cinema d’essai francese. Ho vissuto – dice Pietro De Silva – l’epoca del FilmStudio e del cineclub Tevere, che ora si chiama Labirinto. Era il mio pane quotidiano, quindi ritrovare tutto ciò ne “L’Età d’oro” è stata una casualità che combinava il mio lavoro di attore e la mia passione da 17enne, gran consumatore di cinema di qualità. Mi ha dato la possibilità d’interpretare un film sul cinema e un film su una mia passione specifica dell’epoca. Ho pensato che di meglio non mi poteva capitare. Inoltre, sono convinto che il 70% di un film sia dovuto alla sceneggiatura. Come diceva Billy Wilder, per fare un grande film servono tre cose: una sceneggiatura, una sceneggiatura e una sceneggiatura. Quando ho letto questa, di sceneggiatura, ho pensato ci fosse una piccola grande intuizione”. Non bisogna avere per forza vissuto in quegli anni per amare i cineforum, Eugenia Costantini ne è la riprova: “La storia, il tema di cui trattava il film mi ha colpita particolarmente perché aveva un approccio cinefilo e allo stesso tempo fresco. In più Filmstudio è un luogo in cui sono stata varie volte. E’ un piccolo posto che mi piace molto”. Indubbiamente parlare di cinema a persone che vivono di cinema, fa sempre piacere. La stessa Elena Cotta racconta che “La mia partecipazione è stata soprattutto amichevole però la storia mi ha intrigata enormemente e mi son sentita felicissima di far parte di un tema così bello e caldo. Talmente caldo che vicino a casa mia a Trastevere, si è creata una situazione parallela con il cinema America che volevano sacrificare per speculazioni edilizie e anche in quel caso volevano togliere alla gente la possibilità di un incontro con qualcosa di vivo”.

C’è anche chi non si sofferma solo sull’aspetto cinematografico, ma che approfondisce anche quello sociale che permeava gli italiani in quegli anni. Dalla rivoluzione sessuale alla politica, si trattava di anni caldi e pieni di scontri.

Spiega Giselda Volodi: “Era sicuramente molto forte la storia vera da cui è tratta il film. Questa vicenda giudiziaria assurda, molto toccante, oggi sembra una follia andata avanti per anni e anni. E poi certo tutta quell’epoca e quel modo di rapportarsi tra le persone, era un mondo che non c’è più e che viene raccontato anche poco in maniera realistica”. Incalza Gigio Alberti sostenendo che anche lui era rimasto colpito dal fatto che il film trattasse di quegli anni che sono ancora molto controversi. Aggiunge poi: “Si parla del rapporto con un periodo che per tanti fu felicissimo, per tanti altri non così felice perché pare abbia prodotto parecchi disastri. Mi piaceva rivedere un periodo così, con gli occhi di uno che invece quell’epoca non la conosce ed è fuori da quei meccanismi. Adesso le cose sono più concrete. Una volta i valori dell’amicizia erano più forti ma non perché fossero più forti in assoluto, piuttosto perché c’era una pratica comunitaria molto maggiore e anche i rapporti si percepivano di conseguenza in maniera più profonda. La comune ti legava molto di più anche a tante persone”. Nella realtà si ritrova lo schema che vede i personaggi del film, ruotare intorno ad Arabella, come i pianeti intorno al sole. “Qualcosina di quello che ho vissuto in prima persona, l’ho ritrovato anch’io – prosegue Gigio Alberti -. Era una stagione che delle volte mi chiedo se l’ho vissuta realmente. Come in tutte le situazioni comunitarie, ricordo che in certi momenti le differenze tra i membri dello stesso gruppo venivano fuori maggiormente, in certi altri meno. Dovevi comunque essere molto omologato per essere interno ad una situazione del genere. In una organizzazione che era libertaria, c’era sempre e comunque una sorta di omologazione”. La pensa esattamente come Alberti anche Giselda Volodi che aggiunge “In quegli anni c’era un’allure molto romantica, idealizzata e vittima di cliché. Caratteristiche tipiche di certi mondi e di certe epoche, quindi erano interessanti la sfida e la voglia di raccontare di un gruppo di persone che hanno questo passato insieme. Ho vissuto i tardi anni ’70 e i primi ’80 e anche in quegli anni il fatto di far parte di un gruppo era molto importante, ma io sono sempre stata un cane sciolto. Ricordo la sofferenza di non poter restare in questi gruppi perché non riuscivo ad aderire a certe ideologie, certe visioni. Ero in accordo su tante cose ma tante altre non le condividevo, quindi in realtà ho vissuto un’adolescenza abbastanza solitaria benché ci fosse ancora quest’aspetto delle comuni. Nei miei anni inoltre, si andava verso una china violenta, aspetto che mi ha trovato sempre molto, molto distante. Sono una pacifista tout court”.

Insomma a fare da guida in questo film sono stati la voglia di ricordare e rendere omaggio, ma anche la nostalgia di certe atmosfere e, infine, l‘amore infinito per il cinema. Nonostante ci si lavori, non si finisce mai di subirne il fascino. Anche Stefano Fresi resta sempre colpito dalla magia del cinema, in ogni sua sfaccettatura e, da compositore, si sofferma su Bruno il rumorista (interpretato da Giulio Scarpati). Nota infatti una particolarità del personaggio: la fantasia. E aggiunge: “I rumoristi sono geniali. Sono dei bugiardi meravigliosi perché ti convincono che quello che tu vedi, ad esempio, sia un osso che si rompe perché vedi un macellaio che con un bastone picchia un pezzo di carne e invece hanno dato un pugno su di un pacco di pasta e l’hanno registrato. Ma tu sei convinto che il suono che senti corrisponda a quello della realtà e invece non è così”. Impossibile resistere a questo fascino fanciullesco che immancabilmente trascina tutti, dagli interpreti agli spettatori. Anche Giulio Scarpati è stato colpito da questo aspetto e racconta: “Per interpretare Bruno, sono partito dal suo specifico, dalla passione per il suono. Ho cercato di carpire la varietà dei suoni anche camminando per strada. Poi ho pensato al fatto che era un magistrato che in qualche modo rischia. Quindi devi capire e percepire il pericolo, anche se in questo film è un aspetto solo marginale. Altro aspetto importante, questo rapporto con una donna che lo lega all’amore e all’amore di un gruppo intero. Soprattutto per la mia generazione, è una cosa nota. Ci sono dei totem che riguardano il gruppo. I rapporti al loro interno si stringono sempre di più, fino a che poi c’è una sorta di Big Bang e il gruppo stesso deflagra. Ma io, con Bruno, ero la parte più pragmatica del film, interpretavo un uomo che, nonostante vivesse in una comune, decideva di diventare un magistrato. La vita nei gruppi ti condanna a mantenere il ruolo di quando avevi 15 anni, nonostante tu sia cresciuto. A volte il destino delle persone non viaggia sulla stessa linea anche se, quando sei ragazzo, ti sembra impossibile che il tuo gruppo si divida perché qualcuno sceglie un mestiere piuttosto che un altro. Mi piaceva questo doppio livello presente nel film. Mi piaceva moltissimo che fosse una persona attenta alla musica, alla lirica, ai rumori. Mi piaceva che fosse lì, con il suo boom e che riprendesse questi suoni della natura e della vita, come se la realtà la dovessi ascoltare per capirla”. La dinamica del gruppo continua a mantenere il suo fascino sulla maggior parte degli interpreti del film che, dovendo studiare il proprio personaggio, non può non tenere conto di questi legami, ora più forti, ora meno, che muovono gli animi dei protagonisti come i fili in balìa delle mani del burattinaio. Se ne rende conto anche Giselda Volodi che sottolinea: “Per il mio personaggio non mi sono ispirata in particolare a qualcuno. M’interessava però la relazione molto forte di tutte queste persone innamorate della stessa donna, questo gruppo che ruotava fortemente intorno ad Arabella. Delle volte capita che un personaggio di un altro film mi suggerisca qualcosa per un ruolo, ma questa volta ho cercato di seguire la regista perché lei ha un metodo particolare, suo, e mi sono molto affidata a lei perché aveva una sua modalità molto personale. Le piace la freschezza di quello che succede lì per lì. Il suo metodo è una via di mezzo tra una pulsione intellettuale forte e, di contro, la ricerca dell’improvvisazione sul set. Diciamo che c’è un po’ un divario tra questi due aspetti. Io mi sono affidata e ci sono stati dei momenti molto belli. Mi lascio andare e che cerco di fare le cose anche sul piano poetico. Mi piace quando succede qualcosa che poi sorprende anche me, soprattutto perché non sono molto tecnica. E’ particolare questo modo di lavorare e per un interprete è decisamente interessante entrare nel mondo di Emanuela”. D’altronde il personaggio deve essere fatto proprio dall’attore e questo è il primo passo. “Si deve necessariamente trovare un punto d’incontro con il personaggio, per quanto distante possa essere da te – aggiunge Laura Morante -. Dovrebbe avvenire sempre. In questo caso interpretavo Arabella che è stata una donna di passione. A me piacciono le persone appassionate! Io non sono stata mai una cinephile però nella vita mi sono appassionata ad altro e la passione – ciò che ti fa dimenticare i tuoi interessi e che ti fa perdere la cognizione – è una cosa che conosco. E poi c’è il rapporto difficile con questo figlio, che nel film appare abbastanza drammatico, anche se poi c’è di buono in questo film e nella sceneggiatura, che c’è sempre una certa levità. E’ lieve, non è mai tragico. C’è dell’umorismo, dell’immaginazione. Però si percepisce che il rapporto con il figlio è doloroso, difficile e frustrante. Penso che ogni madre, ma anche ogni figlio, può capire. Il sentirsi disapprovati o non compresi sono qualcosa cui tutte le madri vanno incontro. Le parti più toccanti, per quanto mi riguardava, erano proprio il rapporto con il figlio e la passione per il cinema”.

Questo difficile confronto generazionale ma anche di status madre-figlio, anche Gabriele Dil Dell’Aiera l’ha vissuto come qualcosa di conosciuto, già provato nella vita vera. Ho molte cose in comune con Sid – ammette Dil -. Anch’io ho avuto un rapporto particolare con mio padre e in alcune battute o modi di fare di Arabella, mi sembrava di fare un tuffo nel mio passato”.

Quella che, nella vita vera, è la figlia della protagonista – Eugenia Costantini – invece non si sofferma su queste tematiche, ma trova predominanti altri aspetti: “Avendo fatto diverse riunioni sul film, il personaggio è venuto un po’ da sé, chiacchierando in quelle occasioni. Ho immaginato la personalità di questa ragazza, Vera, anche secondo quello che Emanuela voleva. La regista mi parlava di una ragazza vivace con una grande passione e, in definitiva, molto vicina a me. Penso che avrei potuto fare le stesse cose che ha fatto Vera anche perché amo molto il cinema e condivido quindi la sua stessa passione”. Altra persona che ha trovato nelle indicazioni di Emanuela Piovano delle direttive chiare, è stato Stefano Fresi: “Cerco sempre di trovare un taglio con il regista, insieme a lui cerco di andare nella direzione che abbiamo scelto insieme. Sono poi del tutto privo di tecnicismo. Credo che sia fondamentale cercare di leggere il personaggio e innamorarsene, andando in quella direzione, piuttosto che pensare alla tecnica e basta”. Lo strutturalismo nell’interpretazione, per quanto ancora da alcuni venga messo in pratica, pare comunque che sia stato accantonato dalla maggior parte dei nostri attori. Pietro De Silva che insegna anche recitazione, dichiara che: “Bisogna che l’interprete si cali tanto nel personaggio che non abbia altri riferimenti che il personaggio stesso, a meno che non interpreti un personaggio realmente esistito”. Stessa tesi sostenuta da Elena Cotta che ci tiene a sottolineare: “Il mio metodo si riallaccia, sia pure alla lontana perché se no diventa anche un po’ uggioso e scontato da dire, al metodo Stanislavsky. L’importante però è sempre il convincersi di essere dentro fino in fondo alla verità del personaggio. E’ l’unico sistema che ho sempre usato, sia in tv, che in teatro o cinema. Il cercare di compenetrarmi al massimo nella verità della situazione e del personaggio”.

Dello stesso avviso è Laura Morante che spiega il suo metodo recitativo in un modo molto originale e poetico: “per recitare sono abbastanza istintiva, uso un metodo più simile a quello di un musicista. Leggo la partitura che per me è il copione, cerco di accordarmi con gli altri musicisti – gli attori -, aspetto il segnale del direttore d’orchestra, il regista, e se c’è qualcosa che non mi quadra, la faccio presente e cerco di metterci del mio. Fondamentalmente credo che recitare sia come lavorare in un’orchestra. Non esiste il tuo ruolo. Esiste il tuo ruolo in quel contesto, con quegli strumentisti, con quel direttore d’orchestra, con quella partitura e accordarsi è una delle prime cose che deve fare un attore. E credo molto più nel ritmo più che nell’immedesimazione. Alla fine penso che ne venga fuori un personaggio al quale si vuole bene. Non è una santa, Arabella. E’ un’appassionata, sincera. Non credo sia un personaggio che si può detestare”.

Questione fondamentale, nel momento in cui si studia un personaggio, è il fatto di non farlo apparire come perfetto, immacolato. “In questo caso cercavo di immaginare una persona che fosse passata in quegli anni lì stando bene economicamente e che è andato avanti avendo a che fare con i soldi. Insomma una persona che s’è sporcata un po’ le mani e non si sente particolarmente colpevole di ciò che ha fatto – dice Gigio Alberti del suo Jean -. Alla fine, anche il modo in cui fai le cose è fondamentale. Va sfatato anche il tabù di chi ha la spocchia, di chi è sempre e comunque contro le persone che stanno bene economicamente”.

Ovviamente i metodi dei singoli attori devono collimare con quello applicato dal regista. E non sempre è facile. In questo caso, a quanto pare, gli interpreti sono stati sorpresi da un metodo completamente nuovo – sperimentale – di direzione, messo in capo da Emanuela Piovano. Le reazione, com’era immaginabile, sono state diverse in un primo momento ma poi sono andate tutte nella stessa direzione. “Mi dispiace aver fatto film con una piccolissima percentuale di registe donne. Con Emanuela mi sono trovata molto bene. Nei primi giorni ho dovuto prendere le misure per capire dove si stava andando, ma è normale. Gli attori sono spesso degli ex timidi, è quasi impossibile che l’attore non abbia una dose d’incertezza e o timidezza. Quindi c’è una prima fase, quando un attore decide di abbandonarsi nelle mani di un regista, in cui può sorgere qualche timore, qualche resistenza e poi però ci si abbandona”. Laura Morante ne fa una questione di timidezza e, a dire il vero, è una sottotraccia presente nelle parole di quasi tutto il cast. Anche Gigio Alberti dice: “A volte avrei preferito una guida autoritaria perché mi dicevo che io stavo perdendomi nel nulla. Dove invece mi sentivo più a mio agio, mi andava benissimo la guida di Emanuela”. Anche Stefano Fresi capisce cosa intende Gigio Alberti ma sottolinea che si tratta di una predisposizione caratteriale, infatti dice: “Mi sono trovato benissimo a lavorare con Emanuela. Lei sa esattamente ciò che vuole e te lo fa capire, ma non ti guida millimetro per millimetro. Ti dice da dove si parte e dove si arriva, poi se ti muovi liberamente nella traiettoria, lei ti lascia fare tanto sa che resti nei paletti”. Della stessa opinione è Eugenia Costantini che ammette: “Il metodo di Emanuela l’ho capito solo in un secondo momento perché ha dei modi non tradizionali. Ci ho messo un po’ ma poi mi sono trovata bene perché è una persona molto disponibile. ‘L’Età d’oro’ è un film con una regia che lasciava molto spazio all’improvvisazione, una cosa che trovo particolarmente stimolante. Emanuela non è rigida e non arriva con delle idee preimpostate. Ha una visione molto chiara su alcune linee, sul carattere, sul senso di fondo della scena, però poi ti lascia libero. Il rischio ogni tanto è che ci si senta un po’ confusi ma è molto piacevole”. Elena Cotta a tal proposito ha ribadito che Emanuela: “Con molta intelligenza lascia anche un certo spazio, non vuole una linea dura di interpretazione e quindi mi ci sono incontrata bene proprio grazie a questa duttilità e sensibilità nel capire l’atteggiamento di un attore”.

E a proposito di attori, non poteva mancare il punto di vista di Giulio Scarpati, che si diverte a raccontare che: “Quando lavori con Emanuela ti senti parte di un gruppo, di un progetto, ti fa sentire parte di un ingranaggio comune. Lei è una persona che ama mettersi in gioco, sperimenta e si lancia in cose che non ha programmato. Traccia un percorso ma tu sei libero di vedere dove va a finire, cosa ti può portare. Con Emanuela avevi la sensazione che potessero partire anche le tue fantasie, avevi la possibilità di farle diventare patrimonio di ciò che stavi facendo. E’ un metodo diverso, completamente. In questo modo sei costretto a elaborare anche tu il tuo percorso all’interno di questo racconto, quindi cerchi i tuoi agganci per dare originalità al personaggio che fai. E’ stata davvero una bella esperienza, con colleghi carini. Si era creato un gruppetto in sintonia che si ritrovava anche la sera. Un momento davvero felice. Anche se lavoravamo facendo orari faticosi e quant’altro, la cosa bella era che vedevi tutti sorridere. E’ importante per me lavorare in atmosfere piacevoli, sorridenti e non con quell’atmosfera di tensione e terrore che spesso si trova sul set. A Monopoli c’era un grande sorriso, a cominciare da Emanuela. E poi, ho trovato un club di tifosi romanisti a Monopoli e c’era una tale sintonia che mi sembrava di stare a casa. Non foss’altro che invece di dire ‘Daje Roma’, usavano delle frasi in dialetto pugliese!!”.

E’ proprio vero, l’atmosfera sul set era rilassata e partecipe: si stava tutti creando qualcosa di pareticolare insieme, guidati dal genio sregolato di Emanuela. Questo tipo di avventura ha fatto sì che anche il cast si unisse in una maniera particolare. A raccontarlo è Gabriele Dil Dell’Aiera: “Avete idea di cosa voglia dire stare sul set con attori del calibro di Laura Morante, Giulio Scarpati, Giselda Volodi, Pietro De Silva, Elena Cotta, Gigio Alberti etc..?! Beh, la prima sensazione è quella di un’incredibile gratitudine per l’occasione che si sta vivendo, poi ti senti come uno apprendista in una bottega d’arte a hai tutto il rispetto ma allo stesso tempo anche tanta voglia di imparare da questi grandi attori. Io, Pietro, Giulio e Gigio eravamo i 4 ragazzini allegri del set… L’ambiente era di estrema complicità e collaborazione. Descrizione a parte va fatta per Stefano Fresi che, se avessi avuto una macchina da presa ogni volta che era sul set, avrei potuto girare un film nel film. I momenti più intesi però li ho vissuti con Laura Morante. La sua presenza era fortissima e quando c’era lei si respirava una forte aria di cinema. Per me è stata una mamma artistica oltre che nella finzione, nel backstage infatti le chiedevo dei consigli e lei pronta me li dava. Aver recitato con Laura Morante vuol dire aver realizzato un sogno che avevo fin da ragazzino”.

Questo tipo di sentimento, a quanto pare, è stato percepito da tutto il cast, tanto che la stessa Laura Morante racconta: “E’ stata particolarmente emozionante l’unica scena che ho fatto con mia figlia. E’ stata la prima volta, da quando lei era bambina, che abbiamo lavorato insieme nella stessa scena. Ne abbiamo parlato, lei anche ha partecipato a qualche riunione di sceneggiatura insieme a me”. E, per quanto riguarda il resto del cast, aggiunge: “Con Gigio di conosciamo da moltissimi anni ed è un attore che stimo molto. Abbiamo fatto tournée teatrali insieme e siamo abbastanza abituati uno all’altra. E’ anche nel cast del mio film (“Assolo”, ndr). Giulio Scarpati l’ho visto pochissimo purtroppo. Giselda Volodi è una donna molto sensibile e interessante, oltre che un’attrice molto dotata. In questo set per esempio non ho incrociato Stefano Fresi con il quale però ho lavorato in un altro film, recentemente. E’ anche lui un attore bravissimo. Insomma, era un buon cast ed è stato molto piacevole il periodo delle riprese, anche perché avevo una casa con vista sul mare, mi ero portata la mia cagnetta, Bice, e la mia famiglia è venuta a trovarmi. E poi, Dil. Mi sembrava molto felice di interpretare questo ruolo e mi sembrava molto aperto anche a tutte le modifiche che abbiamo continuato a fare fino all’ultimo momento”.

“E’ stato abbastanza naturale il mio primo confronto in scena con mia madre – ci racconta Eugenia Costantini -. Forse è dovuto anche al fatto che non fosse un film rigido e mi ha fatto gioco il fatto di sentirmi libera. Io e mia madre avevamo comunicato molto, su questo film e una volta sul set è stato abbastanza fluido, naturale e divertente. Era una situazione, un contesto che ci ha agevolate in questo senso”.

Secondo Gigio Alberti, per quanto riguarda l’atmosfera sul set, è determinante il mood della regia. “Emanuela era serena e ti faceva stare bene. Questa è una cosa che senti subito – ribadisce Gigio -. E poi l’altra cosa importante è il posto in cui si gira. Il fatto di stare fuori dalla realtà di ognuno, contribuisce a creare una realtà positiva, un altro mondo in cui hai la possibilità di vivere una vita altra dalla tua, da quella normale e accentuare la situazione nella quale ti trovi a vivere”. Concetto, quest’ultimo, che è stato ripreso anche da Pietro De Silva, il quale sostiene che: “E’ stata una bella sorpresa e sono nate delle meravigliose amicizie. Con Emanuela mi sono trovato subito benissimo, la sua ironia mi piaceva moltissimo e anche il modo in cui la combinava con il suo rigore. Grande personalità. E poi ha un senso dello spazio sul set, molto delineato. Lei ha già tutto chiaro, sa dove vuole mettere il punto macchina. Non ha dubbi e questo fa sentire molto sicuro l’attore. Ti dà delle direttive giuste sugli stati d’animo, ti ci accompagnava per mano. E non capita spesso.

Con Giulio Scarpati avevo già lavorato. E’ di una dolcezza, una persona di una carineria rara. Con Gigio avevo fatto ‘L’ora di religione’ di Bellocchio, e lo conoscevo già bene. Con Giselda invece, ci siamo inoltrati in discorsi impegnati. Lei fervente buddista, mi ha spiegato di tutto. Anche Dil, veramente carino e piacevole ed Eugenia che già conoscevo dai tempi de ‘I Liceali’. La forza di Emanuela è stata proprio quella di aver scelto il cast. Molti registi non hanno la possibilità di scegliere le persone che preferiscono, invece in questo caso lei ha deciso tutto con una precisione impressionante. E poi ha aiutato, da non sottovalutare assolutamente, il fatto che quando si gira in posti del genere, i ritmi sono rallentati, non sei preso dalla frenesia quotidiana della tua vita di tutti i giorni. Lì stacchi la spina e sei dedito al film. Per me girare in provincia è molto meglio. Si crea una solidarietà sul set che altrimenti non c’è”.

E a proposito di città diverse, Gigio aggiunge, indossando il suo tipico ghigno: “Avendo non tanti giorni di lavoro e tanti di riposo, mi sono goduto il posto. Conosco Monopoli in lungo e largo. Mi è piaciuta moltissimo. C’è una quantità di gente che fa jogging sul lungomare e ormai ne conosco la metà. Quelli che corrono o sono atleti o è gente che deve dimagrire. Gli atleti li guardo solo con invidia, gli altri con simpatia. Posso dire oggi, che i ciccioni di Monopoli li conosco tutti”.

Anche Giselda Volodi parla dell’esperienza sul set come di un bel momento e dice: “Non avevo lavorato con nessuno di loro ma mi sono trovata molto bene con tutti. Bravi, carini. Gigio carinissimo, Laura molto e sua figlia pure. Con Pietro abbiamo chiacchierato molto e poi ha una bella energia. Mi ha raccontato molte cose”. Dal trovarsi bene al ridere a crepapelle, questa l’esperienza di Eugenia Costantini: “Ho lavorato molto con Dil e con Stefano Fresi con il quale mi sono fatta grasse risate. Mi sono trovata davvero molto bene. Mi ricordo di aver avuto insieme a Stefano e a Giselda, degli attacchi di vera e propria “ridarella”. Elena Cotta ha un suggerimento: “Come sono stata coccolata! Che amici che ho trovato, davvero ne ho un ricordo bellissimo. Riproviamoci!!”.

Scherzi a parte, Gabriele Dil Dell’Aiera tira fuori un argomento che trova l’interesse di tutto il cast. Dice infatti: “Sono contento che Emanuela Piovano abbia avuto il coraggio di raccontare questa storia perché credo che altrimenti non avremmo dato il giusto valore alla vita di Arabella Miscuglio. Immagino che non che non sia stato affatto semplice tradurre in sceneggiatura una vita così piena senza rischiare di sembrare troppo perbenisti. Credo che il film in questo senso abbia trovato la dimensione giusta, lasciando allo spettatore la propria valutazione con la propria conoscenza. E poi il colpo definivo al cuore me lo ha dato Emanuela Piovano, quando per la prima volta mi ha raccontato del perché di questa sceneggiatura”. “Nel tempo, gli argomenti ritornano. Ci sembra sempre che certe cose siano state superate e poi te le ritrovi sempre tra i piedi – risponde Giulio Scarpati -. Il rapporto con la censura ti sembra sempre superato e invece te lo ritrovi in continuazione. Quella generazione ha fatto delle battaglie e le loro conquiste si davano per acquisite, invece non è così. Forse tutte queste tematiche e conquiste ti fanno vivere quell’epoca in maniera quasi mitologica”.

Eugenia Costantini incalza sostenendo che per documentarsi su Annabella: “Mi sono guardata su Internet delle informazioni su di lei. Ho trovato delle foto e degli articoli”. “Il titolo AAA Offresi in qualche modo me lo ricordavo, per il resto zero. Io sono milanese e non ho vissuto nulla del clima romano di quegli anni lì” mentre Gigio Alberti commenta il fatto che in una città diversa da Roma, alcuni fenomeni si sentivano in maniera differente.

La voce fuori dal coro è invece quella di Laura Morante che però ci tiene a precisare: “Non sono particolarmente fan dei film nei quali si deve riprodurre fisicamente il personaggio, mi dà sempre l’idea del circo. Se però ci s’ispira a persone che hanno avuto vite intense, con spunti interessanti, perché no. Io ho fatto personaggi esistiti, penso a quando ho interpretato Sibilla Aleramo. Però c’era una certa libertà d’azione. Quando si vuole essere pedissequamente fedeli nel riprodurre l’aspetto fisico, mi sembra solo una perdita di tempo”.

E infatti, persone come Arabella, che hanno avuto vite intense, allora il film non è più solo una commedia o una pellicola drammatica. Secondo Stefano Fresi infatti, accade qualcosa di particolare: Sono convinto che il film abbia un potere enorme di veicolare dei messaggi sociali. Penso che al di là del genere con il quale lo si faccia, bisogna dare uno spessore al tipo di messaggio che si lancia, andando oltre il mero intrattenimento e facendo l’opera d’arte che rimane, che puoi andare a prendere in qualsiasi momento come riferimento per circostanziare una tematica sociale. Penso a ‘Smetto quando voglio’ che ritrae attraverso la lente distorta della commedia, comunque abbastanza fedele, la situazione del precariato in Italia. Non è il film drammatico o comico in sé che decide questa cosa, quanto la profondità del messaggio che tu dai. Quindi film come ‘L’Età d’oro’ hanno una tematica sociale importante che ti arriva e penso che quel genere di film vada difeso, diffuso e tenuto sempre presente”.

Non si può far altro che dargli ragione, visti i risultati di sensibilizzazione che certi film hanno prodotto. Anche Giselda Volodi è di questo avviso: “Sono film tutt’altro che pleonastici: son necessari. E’ giusto proprio per la memoria di quella singola persona. Ho visto qualche sera fa ‘Veronica Guerin’ (di Joel Schumacher, ndr), la storia di una giornalista irlandese che inizia ad indagare su di un giro di droga e viene ammazzata. Dopo questo omicidio è stata cambiata la costituzione irlandese e quindi grazie a lei è stato deciso che tutti i beni incerti vengono confiscati. C’è voluto questo film. E’ importante rendere onore alle persone che hanno fatto scelte difficili. Hanno pagato e sono gli eroi della nostra società. Il cinema d’altronde è la nostra nuova memoria”. Ed è infatti il concetto che ribadiva Giulio Scarpati quando diceva che: “Certi processi che pensiamo siano superati perché li sentiamo anacronistici, poi si ripresentano. Quindi perdere questa memoria è un peccato, perché conservarla ci aiuta ad essere più equilibrati. E ci serve anche spiegare e rivedere il passato per capire perché siamo quello che siamo. Serve anche ricordare queste cose per evitare che si verifichino nel futuro, poi chiaramente sbaglieremo sempre ma ogni tanto qualcuno che ce lo ricordi, fa bene”.

Al discorso si appassiona anche Eugenia Costantini che sostiene che sia un’iniziativa totalmente da apprezzare “soprattutto quando la voglia di ricordare si mischia con l’arte. Questo non è un documentario, è un film, un’interpretazione, di qualcosa di reale. Per cui penso che sia un ottimo spunto e che sia importante, in particolare questo che è cinema nel cinema. Suggerisce delle cose che rimangono e in questo periodo in cui il cinema non è più quello di una volta e le cose sono molto cambiate, è bello, è molto bello. Mentre lo giravamo si sentiva molto l’importanza che Emanuela dava a questa tematica. E’ qualcosa che dà sostanza al film. Il sentimento di fondo è stato il motore di tutto, senza dubbio. Il fatto che Emanuela ci tenesse tanto e che ci fosse della materia dietro, ha reso tutto più poetico”.

E sul filo della poetica non poteva non intervenire Elena Cotta, che aggiunge che in questo modo il film: “diventa una denuncia, un richiamare su di una realtà che alle volte scotta e necessita di attenzione. Non si possono raccontare solo le favole. I film più belli, da che mondo è mondo, sono quelli raccontati – come faceva Chaplin – sotto forma di favola, nei quali c’era una denuncia della realtà”.

“Mi resterà impressa l’arena – conclude Eugenia Costantini -. Ero molto affascinata dalla scenografia del posto. La trovavo molto poetica e delicata. Del film mi è rimasta quell’immagine delicata, quell’arena di Monopoli e quella voglia di far rivivere, di ricordare, un momento culturale che poteva essere morto. Questo mi è rimasto”.

Invece Dil Gabriele Dell’Aiera dice che di questo film: “Mi porto il ricordo di aver avuto l’onore di aver collaborato ad un film di altissimo livello. Mi porto l’esperienza di aver preso una decisione difficile e per questo aver vissuto uno dei momenti più belli della mia vita”.

“Penso che le cose migliori che mettiamo in un film, avvengano in un caso di semicoscienza – dice Laura Morante-. In generale, quando non sai come siano accadute certe cose, si tratta delle migliori che tu possa fare. La volontà esercita un controllo ma le cose più belle si fanno abbandonandosi”. E adesso che il film è finito e Laura stessa si vede sullo schermo, racconta: “Sono strana perché quando vedo un film, all’inizio sono molto contratta ma poi mi dimentico e – al doppiaggio ad esempio – mi dissocio. Quando mi vedo sullo schermo dico ‘Ma lei in questo momento dice così, allora…’ e gli altri mi guardano e dicono ‘Guarda che lei sei tu!’”. Interviene anche Giulio Scarpati che assicura che porterà con sé: “Queste belle registrazioni sui tetti della chiesa con il boom, questo correre dietro al sogno del mio personaggio”.

Giselda sa bene cosa le resterà impresso di questo film, in maniera particolare:Una scena in chiesa, un po’ teatrale, nella quale lanciavo dei fiori. L’ho fatta senza farmi troppe domande. Se mi viene fatta una richiesta, anche strana, mi incuriosisco anche di più. Trovo che intraprendere qualcosa di assolutamente imprevisto restituisca parte del fascino della vita”.

|”L’ETA’ D’ORO” | BIF&ST 2016 | CONFERENZA STAMPA | BARI

7  aprile 2016

Dil Gabriele Dell'Aiera, Emanuela Piovano, Maria Pia Fusco, Laura Morante, Giselda Volodi, Gigio Alberti
Dil Gabriele Dell’Aiera, Emanuela Piovano, Maria Pia Fusco, Laura Morante, Giselda Volodi, Gigio Alberti

La giornalista Maria Pia Fusco ha presentato la conferenza stampa del film “L’Eta d’oro” al Teatro Margherita per la settima edizione del BIF&ST – Bari International Film Festival 2016. Hanno partecipato la regista Emanuela Piovano e gli attori: Laura Morante, Dil Gabriele Dell’Aiera, Gigio Alberti e Giselda Volodi. Molta partecipazione tra il pubblico.

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“L’ETA’ D’ORO” PROIEZIONE E COCKTAIL ESCLUSIVO

04 /04/2016

Proiezione e cocktail esclusivo per il  film “L’età d’oro” al Cinema Lux di Roma.

Dil Gabriele Dell'Aiera, Laura Morante, Emanuela Piovano, Leandro Pesci
Dil Gabriele Dell’Aiera, Laura Morante, Emanuela Piovano, Leandro Pesci

Moltissimi i flash per Laura Morante protagonista nel film con il ruolo di Arabella. Presente anche l’attore Dil Gabriele Dell’Aiera nel ruolo del figlio di Arabella e la regista Emanuela Piovano.