| L’ETÀ D’ORO | SERATA FINALE 33° EDIZIONE FIFA 2017 |

17 febbraio 2017web_0

Gala di premiazione e cerimonia di chiusura presso il teatro Reale per il prestigioso Festival International du Film d”Amour de Mons  (FIFA).

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Sala gremita e applausi per entrambe le proiezioni di Giovedi 16 e di Venerdì 17 febbraio per il film “L’età d’oro” nella  categoria  “Panorama del cinema Italiano”.

La regista Emanuela Piovano al festival per la presentazione del film e in qualità di  membro di giuria per i cortometraggi internazionali ha risposto a tutte le domande e firmato numerosi autografi ai presenti.

IN THE BATTLEFIELDS | 57esimo Festival dei Popoli di Firenze

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La 57esima edizione Festival internazionale di cinema documentario si terrà a Firenze dal 25 Novembre al 2 Dicembre 2016.

Quest’anno viene dedicata una retrospettiva completa sulla regista franco -libanese Danielle Arbid che sarà ospite del Festival per tutta la settimana.

Occhio alla proiezione del suo bellissimo film “IN THE BATTLEFIELDS”  distribuito per l’Italia dalla Kitchenfilm.

TRAILER      http://www.kitchenfilm.eu/kfilm/battlefields/trailer.html

Voglio essere vicina ai miei personaggi nella finzione così come nel documentario. Voglio vivere vite parallele, non soltanto raccontare storie, ma provare degli stati d’animo, delle sensazioni forti.

I miei film di finzione – così come li percepisco, – sono dei documentari sui miei personaggi. Faccio molto uso di primi piani e focali lunghe per introdurmi nell’universo che creo, dimenticare, per quanto possibile, la realtà delle riprese e carpirne i momenti.

Ho filmato molto il sesso e penso che questa sia una mia prerogativa, di donna e di origine araba. Provo ad avvicinarmi alla pittura nella rappresentazione dei corpi. La grazia che ne emerge! Cerco sempre di abbellire, magnificare gli attori. Naturalmente, vi è una parte di spettacolo quando si fa un film, ma la cosa più straordinaria nel cinema rimane la parte del rischio. Non si sa mai che risultato si avrà alla fine. Venendo da una famiglia di giocatori d’azzardo – mio padre era un giocatore di poker – amo molto questo aspetto. Quando faccio un film non do niente per scontato. Filmare scene di sesso è ancora più rischioso, persino in Europa per certi versi. E nella mia cultura d’origine, quella libanese, dove quasi tutti i miei film sono censurati o vietati, è ancora peggio.

Nonostante ciò, esigo incessantemente che ogni film sia quanto più possibile ardente, nella sostanza, nella forma, così come nella maniera in cui viene realizzato”. (D. Arbid)

Tratto dal sito

http://www.festivaldeipopoli.org/festival/industry/2016/167

 

 

FIRENZE | L’ETÀ D’ORO | “Sex&Story” Emanuela presenta Paola e Maresa

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7 nov 2016

La  38° Edizione del Festival internazionale Cinema e Donne 2016 di Firenze  ha come titolo  “Sex&Story”.  Partecipano le registe di tutto il mondo per sottolineare l’importanza della narrazione delle donne nel cinema.

Tra le italiane Emanuela Piovano che, in una Puglia fantastica, ambienta “L’età d’Oro.

Emanuela Piovano
Emanuela Piovano

Emanuela Piovano conosce da molto tempo Paola Paoli e Maresa D’Arcangelo le direttore del Festival, nelle passate e prime edizioni ha anche partecipato ed aiutato nell’organizzazione, durante la serata si congratula con loro per il bellissimo lavoro svolto in tutti questi anni.

 

 

 

 

 

L’ETÀ D’ORO |Grande Festival Internazionale di Cinema e Donne | 5-9 nov 2016 | Firenze

Come ogni anno la direzione del Festival è diretto da Paola Paoli e Maresa D’Arcangelo, ma da quest’anno i film verrano presentati al nuovissimo Cinema La Compagnia di via Cavour, 50r di Firenze anziché nello storico cinema Odeon.

C’è grande curiosità e attesa per la regista Emanuela Piovano invitata a presentare il 7 novembre alle ore 21.00  il film “L’Età d’Oro “ versione Director’s cut.

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Liberamente ispirato alla vita di Annabella Miscuglio, regista militante e televisiva, documentarista femminista, fondatrice del mitico Film Studio. L’età d’Oro ci porta nella vitalissima atmosfera degli anni ’70, piena di utopie e gioiose o sofferte sperimentazioni, ma anche di tanto grande cinema. Punto di vista quello, assai critico, di un figlio.

Emanuela Piovano 

di Paola Paoli

Scuola torinese, ovvero tutto quello che d’innovativo si muove nel cinema italiano d’idee, dalla trasmissione radiofonica di culto Hollywood Party alla direzione dei maggiori festival italiani, Emanuela Piovano è un’instancabile sperimentatrice di soggetti e forme del femminile. Scopre il cinema come allieva di Gianni Rondolino all’Università ma trova un maestro in Paolo Gobetti, con cui inizia a collaborare, negli anni di formazione, all’Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza. Fondatore di «Cinema Nuovo» e primo tra i traduttori dei formalisti russi, critico dell’«Unità», ideatore e direttore del «Nuovo Spettatore Cinematografico» – per inciso anche figlio di Piero, soprattutto esploratore e anarchico – Gobetti le trasmette un’eredità difficile che terrà sempre a mente. Ad esempio, che un archivio è qualcosa che rinnova continuamente il nostro approccio alla realtà e vive della riproduzione di testimonianze che diventano storie e storia, qualcosa di vivo che fa tenere gli occhi aperti sul mondo. Piovano collabora alla realizzazione di filmati didattici, al recupero e alla riedizione di filmati d’archivio e al film Le prime bande (1983) di Paolo Gobetti. Nel frattempo si è inserita nel gruppo dei giovani autori cui il Centro di Produzione Rai del Piemonte, molto attivo sotto la direzione di Cesare Dapino, affida piccoli budget per realizzare corti a soggetto o documentari.

Fedele alla lezione di Gobetti dell’approccio militante al cinema per approfondire soggetti fondamentali per la crescita della società civile fonda, con alcune amiche e colleghe, “Camera Women”, un’associazione che vuole affrontare la relazione tra donne e cinema con lavori collettivi. Dal 1981 al 1987 il gruppo realizza: D’amore lo sguardo (registe a Torino); Il corpo, il gesto, le donne, il cinema; Camera oscura; Milonga de la niña (studio per Marilaide Ghigliano fotografa); Epistolario immaginario. Nel 1984 Emanuela Piovano produce il film della regista varesina Gabriella Rosaleva Processo a Caterina Ross, un lavoro molto sperimentale e apprezzato, ispirato al lavoro di ricerca accademica e femminista sulla stregoneria, in particolare a La signora del gioco di Luisa Muraro. Nel 1987 firma sceneggiatura e regia del cortometraggio prodotto dalla Rai Senza fissa dimora, un bel primo lavoro d’indagine sull’emarginazione per strada, negli anni ‘80 non sempre ricchi e spensierati. L’anno successivo fonda la Kitchenfilm, società che esiste tuttora e che le permetterà di produrre tutti i suoi film, ma anche di offrire, ai giovani che vogliono cimentarsi coi mestieri del cinema, un luogo adatto all’apprendimento di tecniche e stile. A questo proposito, il suo si va delineando e precisando nei vari percorsi collettivi ma appare chiaro ed esplode ne Le rose blu (1989).

La scena è il carcere femminile delle Vallette, dove erano entrate con Anna Gasco e Tiziana Pellerano, su richiesta dalle detenute politiche e comuni per raccontare la loro difficilissima scuola di vita. Girato in 16mm e gonfiato in 35mm, il film inventa un linguaggio straordinario per evadere dagli spazi chiusi: scenette e siparietti, galline e messe in pieghe di fortuna, un mondo escluso che vuole entrare con l’ironia nell’assurdo della quotidianità negata. Quando irrompe il dramma dell’incendio e molte delle protagoniste perdono la vita, il cinema divampa con tutta la sua forza. Le rose blu nasce da questa tragedia ed è tuttora un film di culto sulla realtà carceraria femminile, con la presenza di Laura Betti e Ninetto Davoli a ricordare l’ispirazione pasoliniana del racconto. Lidia, la più forte protagonista della vita sbarrata, spiega cosa sono le rose blu:

“Le rose di solito hanno tanti colori / bianche rosse gialle. / Ma blu, blu fuori non ce ne sono rose blu. / Sono solo chiuse qua dentro. / Fuori passate e ci passate / così noi passiamo inosservate / così per voi. / Eppure io di sera di notte di mattina / io le sento / io sento di notte ogni cuore / ogni cuore di queste mie amiche sento battere / le sento palpitare. / Esistiamo”.

Il film raccoglie un grande consenso critico e vince il Premio di qualità fortemente voluto da Guido Aristarco. Con quei soldi Piovano si accinge a realizzare il suo secondo film, L’aria in testa (1991), soggetto originale di Adriano Belli, titolare insieme a Zlata Potancokova di Airone Cinematografica, una prestigiosa piccola casa di distribuzione che grazie alla doppia nazionalità di Zlata era anche la rappresentante italiana dei film d’autore dell’Est. All’epoca le piccole case di distribuzione cinematografica erano pochissime: Piovano impara dall’Airone il mestiere e si lancia nella distribuzione. Da quel momento, metterà insieme un catalogo internazionale di giovani talenti.

Quando si trasferisce definitivamente a Roma si sente un pesce fuor d’acqua. L’aria in testa, sceneggiato con Dirce Bezzi, allieva di Giorgio Arlorio, mette in scena questo disagio attraverso un linguaggio ancora sperimentale in cui ogni componente della troupe, regista compresa, recita la sua parte. Il film ha una piccola storia di festival che lo amano e lo premiano, ma poche occasioni di incontrare il pubblico cui era rivolta quella storia in tonalità surreale sullo stato di salute del nostro cinema appena prima Tangentopoli. Passano cinque anni e lo scenario muta completamente. L’aria è cambiata e al Ministero dello Spettacolo ci sono buone prospettive per giovani con buon curriculum e voglia di creare nuove storie capaci di attirare il pubblico in sala. Piovano presenta il suo progetto Le complici, tratto dal romanzo di Maria Rosa Cutrufelli Complice il dubbio, un noir che ruota intorno alla morte di un uomo (Urbano Barberini) e al sospetto di assassinio e complicità equamente bilanciato tra due donne diversissime (una brava Antonella Fattori e un’inaspettata Anna Rita Sidoti, campionessa europea e mondiale di marcia, per la prima volta attrice). Il loro incontro arriva fino all’audacia di un bacio. Siamo nel 1998, il film ottiene l’ultimo articolo 28 della storia di questo sistema di finanziamento pubblico ma non il sostegno della Rai, messa in fuga dal lato sulfureo del plot. La KeyFilms di Kermith Smith ne assume la distribuzione.

Nel cinema italiano il miglioramento è lento ma costante, arrivano al Ministero Giovanna Melandri e Rosanna Rummo che non incoraggiano in modo particolare le donne registe ma neppure le ostacolano. Sta di fatto che Piovano gira il suo primo film con un buon budget a Cinecittà dove dirige una troupe di tutto rispetto grazie al fondo di garanzia che si è aggiudicata. Sonia Bergamasco è la protagonista di questa storia di follia, da un soggetto dello sceneggiatore e regista Massimo Felisatti, in cui il rovesciamento rompe molti specchi della psicoanalisi e vede la psichiatra innamorarsi del paziente (Ignazio Oliva) ed entrare in un delirio di passione ultrasregolata. Amorfù del 2003 è distribuito, come il precedente, dalla Key Films. Con successivo Le stelle inquiete (2011), Piovano torna a girare in Piemonte, nel paesaggio ordinato e sensuale dei vigneti. In questo set assai accogliente, che simula quello del Sud della Francia in cui è ambientata la storia, si nasconde la filosofa ebrea Simone Weil. Due mesi soltanto di tregua negli anni terribili della seconda guerra mondiale, mentre incalza la persecuzione degli ebrei e la Francia è occupata dai tedeschi. Il film mette la grande filosofa mistica del Novecento in una situazione che ne rivela il carattere: l’incontro con Gustave Thibon, vignaiolo, attratto dalla fama di studiosa della Weil, le apre nuovi spazi di vita attiva. Diventa amica della coppia così ben assortita che Gustave forma con Yvette e persino del nonno Pepè, intreccia con loro una relazione piena di chiaroscuri ma altrettanto umana, calda, vera, che arricchirà la sua teoria e la convincerà a lasciar loro la sua preziosa eredità che diventerà il testo a cura di Thibon L’ombra e la grazia. Anche una filosofa, persino quella con più sete di assoluto, conta sul suo corpo per esprimere, attraverso pensieri e parole, la sua idea di mondo. Finanziato col nuovo sistema Tax Credit, con il sostegno del Media Development Found e della Film Commission Piemonte, il film è distribuito dalla Bolero Film.

Tratto da: Quaderni del CSCI – Rivista annuale di cinema italiano 2015

 

 

 

Director’s Cut del film “L’ETA’ D’ORO”| Festival Internazionale di Cinema e Donne


Comunicato stampa del 25 ottobre 2016  Studio PUNTOeVIRGOLA

festivalcinemaedonne-2016L’età d’oro di Emanuela Piovano al Festival Cinema & Donne di Firenze e poi in Homevideo

Alla 38a edizione del Festival Cinema & Donne (5 – 9 novembre), presentata a Firenze, sarà proposto il film

L’ETÀ D’ORO

di Emanuela Piovano con Laura Morante, in un nuovo montaggio a cura della stessa regista, in cui sono recuperate alcune delle scene del lavoro di gruppo della cineasta Annabella Miscuglio tratteggiata da Laura Morante, oltre ad alcune scene in cui è più intensa la presenza  di Giselda Volodi.

In generale, in questa occasione, la Piovano ha inteso fornire una sua versione della storia meno drammatica e più rievocativa del periodo e delle persone raccontate nel film.

Le due versioni del film conviveranno nell’edizione homevideo, che sarà in vendita nei prossimi mesi.

L’ETA’ D’ORO | 1° RASSEGNA IL POSTO DELLLE FRAGOLE | BELLINZAGO NOVARESE

moviepiucineforumCINEFORUM F.I.C. e MOVIEPIU’ –  1° RASSEGNA 23° EDIZIONE 2016-2017 – Il POSTO DELLE FRAGOLE –  MULTISALA MOVIE PLANET Giovedì 20 ottobre 2016   BELLINZAGO NOVARESE  Proiezione del film L’età d’oro di Emanuela Piovano

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Sinossi 

Al principio e in conclusione, un’auto arriva e un’auto se ne va. All’inizio tra le prime luci dell’alba; alla fine in piena notte. In entrambi i momenti sul parabrezza scorrono non solo il riflesso dell’asfalto, del paesaggio e delle luci artificiali, interne o esterne all’abitacolo. Sulla superficie del vetro si avvicendano pensieri, visioni e memorie del protagonista, il giovane architetto Sid. Nell’incipit possiamo immaginarli. Nello scioglimento si mostrano come immagini proiettate. Tra questi estremi, e tra le loro potenziali differenze, sta la scommessa del sesto film di Emanuela Piovano: può il ricordo incidere sulla scorza impenetrabile di un presente assoluto? O, più semplicemente: i valori del passato, oltreché sconfitti, sono anche irrimediabilmente perduti ed inutili?

L’utopia in discussione Alberto Zanetti

L’età d’oro è dedicato ad Annabella Miscuglio (1939-2003), che nel film diventa Arabella, figura rilevante della scena intellettuale tra anni Sessanta e Ottanta. Innanzitutto per l’attività svolta nell’ambito del Filmstudio, il cineclub di Trastevere avanguardia della cinefilia italiana. Poi per la militanza, in particolar modo nei movimenti femministi: sua, ad esempio, l’ideazione del festival “Kinemata. La donna del cinema”. Infine per la carriera di cineasta, prima da posizioni sperimentali, successivamente in televisione con la partecipazione a numerosi progetti innovativi come, ad esempio, Processo per stupro, girato nel 1978 nel tribunale di Latina. Il suo nome è legato peraltro al caso controverso di AAA offresi (1981), ritratto del mondo della prostituzione che destò scandalo ancora prima dell’uscita, fu bandito dalla RAI e costò alle autrici (oltre a Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis e Loredana Rotondo) un lungo e doloroso procedimento penale.

Il film nasce proprio a partire da un libro, L’età d’oro – Il caso Véronique di Francesca Romano Massaro e Silvana Silvestri, che ricostruisce contesto, sviluppo e conseguenze della vicenda giudiziaria. In generale, Miscuglio rappresentò un punto di riferimento per la scena culturale romana. Così la definisce uno dei personaggi del film: «L’opera di Arabella è sempre stata al pari della vita. Le piace depistare lo spettatore sottoponendolo a terapie di puzzle e cacce al tesoro». La sua casa era meta di artisti, intellettuali, giovani. Tra essi anche Emanuela Piovano, proveniente da Torino, che con questo film omaggia un’amica e maestra. Lo fa distanziandosi dalla realtà metropolitana e sfumando i riferimenti troppo stringenti all’attualità e alle biografie individuali.

L’età d’oro inizia con il ritorno di Sid nella cittadina della costa pugliese dove la madre Arabella si è esiliata – o è stata esiliata – ma in cui ha mantenuto la passione di un tempo costruendo e animando una sala cinematografica. Arabella è morta: amici e collaboratori si danno appuntamento per ricordarla. Più che a una storia, il film si affida così a una successione di incontri, attese, confessioni. Il passaggio da una situazione all’altra è sottile, talvolta accennato e subito interrotto, come suggerisce anche la colonna sonora di Franco Piersanti.

Il “regno” di Arabella (la sala cinematografica) è una città nella città. Quello che la circonda non riesce a penetrarla, giustapposto al pari delle inquadrature fisse che rivelano la composizione di interni ed esterni. Come se tutto (la Storia) fosse già accaduto e i personaggi si limitassero a vivere traiettorie parallele prive di sintesi: Jean si avventura in affari poco trasparenti, Bruno ha scelto di diventare magistrato per fare carriera e allontanarsi dai guai dell’impegno politico, don Sandro sembra indeciso tra la vocazione per Cristo e quella per il cinema, l’assistente Vera ha un ruolo indefinito: segretaria, studente, cineasta (insomma, una giovane di oggi), la giornalista Rosaria non riesce a liberarsi da entusiasmi, traumi e sconfitte della trascorsa militanza.

Se le cose non possono essere attraversate o colte in profondità, nondimeno ci si può ancora aggrappare alle loro superfici. E a quella per eccellenza: lo schermo. Nel mattino del suo arrivo Sid vede se stesso bambino proiettato nell’arena in un vecchio film della madre. E nel corso della giornata gli schermi si moltiplicano: moviole, smartphone, monitor di computer, pellicole, il parabrezza dell’auto di cui si accennava all’inizio. Le immagini sono autobiografiche e sperimentali. Richiamano il cinema underground, ma anche la “facilità” del digitale odierno. Anzi, in questo “incontro” tra la sperimentazione di un tempo e la quotidianità tecnologica di oggi sembra possa instaurarsi un dialogo, quasi che il cinema sopravviva alle sue mutazioni insieme agli esseri che continuano ad amarlo.

La cittadina si trasforma così in una utopia realizzata di “cinema diffuso”, memore delle intuizioni di Rossellini e Zavattini. Ma è un’utopia malinconica. Più che dalla vita il “paese del cinema” è abitato da fantasmi e ombre. A partire proprio da Arabella. Essa appare al figlio. Dialoga con lui. Cerca di recuperare il tempo perduto dandogli “lezioni di sguardo”. L’età d’oro è anche un film del lutto e della perdita. Diverse sequenze in interni – in prevalenza nella residenza di Don Sandro dove, in un certo senso, Arabella si è reclusa – esplorano le gradazioni della penombra che, se talvolta rivelano, più spesso nascondono; un’atmosfera accentuata per contrasto dalla solarità mediterranea e dal bagliore dello schermo.

In questa continua transizione tra luce e oscurità sta la chiave di una narrazione costruita su passaggi, trasalimenti, fratture: se il cinema è come la vita, anch’esso non avrà chiusura. Ed è probabilmente su questo aspetto che non riescono a conciliarsi i sopravvissuti. Forse perché non colgono che esso è, al medesimo tempo, una possibilità e un limite: possibilità di assecondare il divenire delle cose, ciò che accade, e cioè di essere liberi, aperti, ricettivi; limite di una condizione dove ogni legame si dissolve e nulla resiste agli aspetti “negativi” del cambiamento. Il destino della generazione che in questo film si interroga è forse proprio quella di un’oscillazione paradossale tra il desiderio di vivere al di là di qualsiasi compromesso e la tentazione, continua, di ricadervi.

 Nelle ultime parole che Arabella rivolge al figlio si affaccia la maturazione di questa consapevolezza: «Per me è troppo tardi per riparare agli errori che sicuramente ho fatto. Ma sono sicura di una cosa, cioè che noi ti abbiamo dato qualcosa che non dovresti sottovalutare. Noi ti abbiamo dato uno sguardo. Ti abbiamo insegnato a guardare il mondo conservando la capacità di stupirti ed emozionarti». Sid abbandona la serata che la cittadina dedica alla madre: non sappiamo se lo scambio generazionale si compia.

Ovvero se il cinema e la cultura siano ancora in grado di

assolvere quella funzione “genitoriale” nei confronti dello spettatore e del cittadino un tempo rivendicata da Truffaut e Daney.

Queste tematiche, in fondo, si riflettono nel titolo stesso. Che cos’è “L’età d’oro”? Naturalmente si tratta del leggendario film di Buñuel del 1934 che si dovrebbe proiettare nella veglia. Il riferimento è chiaro: come il capolavoro dello spagnolo fu per anni vietato per offesa al pudore e alle istituzioni, così la vita di Arabella/Annabella è stata segnata dalle persecuzioni: la storia “novecentesca” del cinema è stata anche un “martirologio”, osservava Deleuze. E un sentore di sacralità, o di un’interrogazione su di essa, pervade diversi punti del film.

Ma il richiamo all’avanguardia costituisce anche una scelta di campo per un’arte capace di sovvertire lo stato delle cose o anche, solo di farle scartare, in un attimo decisivo, dall’ordinario: «Trasformare il mondo, cambiare la vita». Il surrealismo, di marca “lieve” e grottesca, da Buñuel seconda maniera, sembra più volte affiorare: si pensi all’apparizione del critico Adriano Aprà che viene trasportato su un motocarro per le strade della città; o alla figura interpretata da Elena Cotta, un’anziana divisa tra la passione per il cinema e la rivendicazione dei diritti di proprietà usurpati dallo schermo dell’arena che le impedisce di vedere l’orizzonte. Lo stesso corteo che ha per meta la sala cinematografica può ricordare il funerale irriverente e dadaista di Entr’acte. La pellicola di Buñuel però non si trova: il cinema del passato forse è irrecuperabile.

Nella serata conclusiva viene così proiettato una sorta di documentario fatto di interviste ad Arabella e ai frequentatori della sua sala, rappresentanti di un pubblico trasversale in fase d’estinzione (l’intellettuale, l’ignorante, il frivolo…) che un tempo si sarebbe definito “popolo”. “L’età d’oro” è allora quella che abbiamo alle spalle? Se anche così fosse non è detto che la meditazione su di essa sia vana. Il ricordo riguarda la dignità, è qualcosa di minimo ma tenace come per il vecchio Miralles del romanzo Soldati di Salamina di Javier Cercas che ricorda i giovani caduti con lui sui fronti di Spagna, dell’Africa, delle Ardenne: «… perché, sebbene siano morti da sessant’anni, non sono ancora morti del tutto proprio perché lui si ricorda di loro. O forse non è lui a ricordarsi di loro, ma sono loro che si aggrappano a lui, per non essere del tutto morti». La nostalgia può essere anche un valore o l’indizio di qualcosa che continua a resistere.

La camera oscura e la bacchetta del rabdomante Intervista a Emanuela Piovano

– Arabella come Annabella Miscuglio. Come e in che “seguito” hai vissuto questo eccezionale personaggio?

– Negli anni Ottanta appena laureata venivo sempre in “missione” a Roma mandata da Paolo Gobetti che per risparmiare mi faceva prendere la cuccetta in treno andata e ritorno. Daniele Segre a Salsomaggiore 1982 mi aveva presentato Annabella cui il Festival aveva dedicato ampio spazio con il loro I fantasmi del fallo e Maschi si nasce non si diventa. Il gruppo (lei, Roni Daoupoulos e altri) era appena reduce dallo scandalo di AAA Offresi. Io avevo appena iniziato la mia “carriera” (meglio dire avventura) aiutando Gabriella Rosaleva a montare il suo Processo a Caterina Ross. Così facemmo amicizia e quando andavo a Roma mi fermavo sempre da lei e da suo figlio Piero, proprio sopra al Filmstudio che all’epoca era chiuso.

– Il film si svolge in Puglia, dove Arabella aveva costruito un’arena e formato un cineclub. Perchè non la Roma del Filmstudio?

– Perché non abbiamo voluto fare una biografia o una ricostruzione. Abbiamo decalato anche gli anni (oggi Annabella avrebbe quasi ottant’anni, la nostra Arabella ne ha cinquantasette-cinquantotto) e immaginato un personaggio come ce ne sono ancora molti sparsi per il Paese, soprattutto nelle provincie, perché nei centri urbani il fenomeno dei cineclub è davvero finito. In questi anni ho avuto il piacere di accompagnare i miei film nelle più remote contrade dove scoprivo ogni volta un’eccellenza e una passione che ritengo saranno il motore di un rinnovamento.

– Puoi dirmi qualcosa sull’eclettico impegno della Miscuglio, sul suo talento professionale, sulle sue debolezze…

– Annabella era figlia del suo tempo. Il centro sperimentale all’epoca era praticamente in dismissione dopo le contestazioni del ’68, Marco Ferreri lo dirigeva con una certa apertura anche ai non iscritti, Annabella e Roni erano molto legate a lui. C’era una grande contaminazione di linguaggi ed esperienza. Sul piano filosofico era una seguace di Raoul Vaneigem, che aveva tradotto. La vita innanzitutto doveva essere rivoluzionaria, l’arte ne sarebbe stata l’espressione o, meglio, la testimonianza. La debolezza forse era un po’ di dispersione, una quasi allergia a voler portare a termine i progetti che restavano per lo più aperti. Ma anche questo, secondo me, era una caratteristica della cultura dell’epoca.

– Ho avvertito, nel film, echi di Vertov (le “poltrone magiche” dell’arena) o del Wilder di Che cosa è successo tra tuo padre e mia madre (Avanti!)… davvero, come mi hai detto en passant, non ci avevi pensato? Ci sono altri richiami?

– Confermo, ma certo Vertov è dentro di me. Durante i miei anni all’ANCR ho potuto cibarmi di una straordinaria collezione di classici che Gobetti faceva maniacalmente registrare a noi giovani dalle televisioni.(era l’epoca dei ladri di cinema). Un archivio che né l’Università né altri enti avevano. Non c’erano neppure i vhs e le registrazioni venivano fatte su Betamax. Poi toglievamo pazientemente tutti gli inserti pubblicitari… pertanto sì penso che il film contenga comunque l’idea che questa elegia come tu giustamente la chiami sia anche un’elegia ai vari linguaggi del cinema.

– Mi colpiscono, in L’age d’or, il vuoto e il disadorno. Un vuoto liricamente celebrato negli esterni di paesaggio, e invece dimesso negli interni: pochi primi piani, prospettive d’ambiente allungate… un disadorno insistito, appunto…

– Sì l’idea centrale è il tema della camera oscura, quella che già i rinascimentali usavano e che quindi preesiste all’invenzione del cinema. Questo perché il tema del film è l’apparizione: la madre che non c’è, il ricordo di sé quando si ritrovano le cose che eravamo e non siamo più, come i filmini di famiglia. Mi piaceva pensare che noi attaccavamo la macchina da presa con un tempo di esposizione abbastanza lungo affinché dall’oscurità potessero apparire forme. Se vuoi è anche il Mito della Caverna… ovvero mentre il tempo presente può permettersi una camera partecipe, indagatrice, pedinante, il tempo del passato mi sembra debba essere quello dell’attesa. E poi credo sempre che la Camera sia un po’ la bacchetta del rabdomante e più sta ferma più si accorge se c’è acqua da qualche parte!

– La frantumazione. Il tuo mi sembra un film che la subisce consapevolmente e ne fa motivo sia tematico che stilistico: tanti schermi, di formato diverso, tante contaminazioni. Poi il titolo giusto e il film sbagliato, la proiezione in pieno giorno…

– Sì appunto, la frantumazione era anche la cifra dell’underground, anche se volutamente non l’abbiamo portato sul piano delle associazioni libere… ipnagogiche, eccetera… ma abbiamo ricondotto tutto all’infanzia. Perché oggi l’underground suona un po’ intellettualistico, mentre forse il fanciullino che è in noi può meglio raccontare le paure, l’irritazione e di conseguenza lo scandalo che non smettono di dettare ancora oggi tutte le azioni (artistiche o non artistiche) votate alla passione, e quindi al disordine, alla sperimentazione, agli aspetti oscuri della storia, come le madri ad esempio, o le censure. La proiezione in pieno giorno si contrappone al buio dell’apparizione della madre fotopatica. È come dire: il ricordo si costruisce di notte, nel buio, nell’attesa, ma la sua restituzione è una festa, è nel sole, deve vedere davanti a sé e non soltanto rivolgersi all’indietro. Il cinema cui in questo film si rende omaggio è un film dell’inconscio che però guarda avanti e ne fa un motore di rivoluzione.

– Come hai organizzato il lavoro con Franco Piersanti? Le sue musiche, come spesso accade, mi sono parse eccellenti, specie nel momento in cui si “frantumano” a loro volta, cioè quello della celebrazione funebre in arena.

– Franco ha lavorato in parallelo e prodotto delle musiche molto libere e molto sperimentali, quasi stravinskiane. Personalmente ho ancora forzato di più la mano e le ho montate per contrasto invece che per somiglianza. Così ad esempio il funerale ha una musica che Franco aveva pensato per la scena del giocoliere, quella su cui avevamo montato la vera musica cui la scena si ispira e che è Les Enfants du Paradis. Ma io volevo che il funerale fosse giocoso, un po’ come Entr’acte di René Clair cui la scena è ispirata.

– E con gli altri collaboratori: sceneggiatori, scenografo, direttore della fotografia, del montaggio? – 

Con gli sceneggiatori abbiamo fatto un lavoro molto affascinante ma anche molto difficile. Abbiamo iniziato a buttare giù cose soprattutto con Silvana Silvestri, che aveva frequentato Annabella prima e più di me, come a snocciolare un album di ricordi. Poi Gualtiero Rosella su nostra indicazione ha cercato di trovare un’unità narrativa più moderna, relazionale, lui ha molto lavorato sulle relazioni. Con lo scenografo abbiamo lavorato per sottrazione, come avete rilevato. Proprio per questo discorso dell’assenza, perché di fatto ci troviamo con un personaggio che è assente. Laura Morante incarna un personaggio disincarnato, esistente solo nel nostro ricordo. E questa possibilità ci è offerta soltanto dal cinema. Ma tuttavia bisognava dare un segno di disincarnazione, e quindi ad esempio Dil Gabriele che interpreta il figlio non la guarda mai negli occhi, ci sono piccole indicazioni sotto traccia sia nella recitazione che nella scenografia che indicano una non presenza di quella presenza, pertanto il figlio a tratti quasi le passa attraverso, e lei esce dall’ombra. Come dire è la camera oscura che pian piano rileva i dettagli, forse ci mette in comunicazione con essi senza che noi li avvertiamo nello spazio reale. Con la fotografia abbiamo lavorato unicamente con luci naturali. Ogni scena ha una luce diversa dettata dalla lampada esistente scelta con lo scenografo. Abbiamo immaginato il personaggio di Arabella come allergico alla luce, una specie di Euridice o di regina della notte, e questo sempre per questo omaggio al cinema inteso come la luce senza la quale non ci sono forme. Infine il montaggio: Roberto ha voluto costruire un’ulteriore gerarchia e portare in primo piano il rapporto madre figlio, che per noi era soltanto una spina dorsale da cui si dipanavano a raggiera le storie parallele degli altri personaggi. Io ho condiviso questa scelta in nome di un’ulteriore dato di modernità: il fatto cioè che oggi un film debba comunque lavorare molto sulle emozioni.

(Intervista a cura di Tullio Masoni)

“L’ETÀ D’ORO”| FESTIVAL ANNECY CINEMA ITALIEN |

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L’età d’oro sbarca in Francia per il Festival Annecy Cinema Italien

Giovedì 22 e venerdì 23 settembre 2016 la proiezione presso la Grande Salle de Bonlieu.

Tutte le anteprime dei film al Festival Annecy Cinema Italien 2016

L’ ETÀ D’ORO di Emanuela Piovano

LE CONFESSIONI di Roberto Andò

FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio

LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO di Gianni Zanasi

FIORE di Claudio Giovannesi

LA NOTTE È PICCOLA PER NOI di Gianfrancesco Lazotti

PERICLE IL NERO di Stefano Mordini

QUO VADO? di Gennaro Nunziante

RIDENDO E SCHERZANDO – RITRATTO DI UN REGISTA ALL’ITALIANA

di Paola Scola, Silvia Scola

VIENI A VIVERE A NAPOLI! di Guido Lombardi, Francesco Prisco, Edoardo De Angelis

LA VITA POSSIBILE di Ivano De Matteo

 

 

 

 

 

RADIO RAI 3 – HOLLYWOOD PARTY L’ETA’ D’ORO, IL CASTING COME SEGRETO DI UN SUCCESSO

06 aprile 2016

RADIO RAI 3 – L’ETA’ D’ORO, IL CASTING COME SEGRETO DI UN SUCCESSO A Hollywood Party  “L’Età Dell’Oro”, l’ultimo film interpretato da Laura Morante in studio gli attori: il protagonista Dil Gabriele Dell’Aiera e Gigio Alberti con la regista Emanuela Piovano intervistati da Alberto Crespi e Dario Zonta.

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00:30:24

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-03c154a3-db8c-47e8-9f5f-53bc5ec3f19e.html